Mamme, prendetevi cura di voi!

Mi capita spesso di incontrare MAMME molto stanche e stressate.
Mi parlano dei salti mortali che fanno per gestire figli, casa e lavoro.

Se sono separate o divorziate (e non hanno aiuti) è ancora peggio.
Se hanno un partner “inesistente”, che non collabora, che non fa la sua parte… peggio che peggio.

E quando chiedo loro: “COME TI PRENDI CURA DI TE?”,
mi rispondono: “In che senso?”.

E allora chiarisco che non intendo l’igiene personale, ma ciò che fanno per se stesse e per puro piacere, come leggere una rivista, guardare in pace il programma tv preferito, bere una tisana in santa pace, fare una passeggiata…
Qualcuna, allora, mi dice: “Vado dal parrucchiere” oppure “Vado dall’estetista”.

Chiedo: “QUANTE VOLTE alla settimana/al mese” e la risposta spesso è: “Una volta al mese”.
Siete d’accordo che è davvero poco? Non possiamo prenderci cura di noi solo un paio d’ore al mese.

Prendersi cura di sé significa volersi bene.
Un po’ come dire: “Esisto anch’io”.

I figli sono una scelta, è vero, e i loro bisogni vengono sempre prima, tuttavia è importante tenere per sé alcuni momenti in cui mettersi al centro, anche solo per mezz’ora.
Il fatto è che questi momenti vanno programmati, altrimenti ci sarà sempre qualcosa più importante, più urgente da fare.

E la prima cosa da chiarire con se stesse è: “Che cosa mi fa stare davvero bene e mi regala un vero momento di relax e/o di serenità?”.

Vi sembra una domanda sciocca, scontata?
Magari starete pensando: “Figurati se non so che cosa mi fa stare bene! Un bel viaggio alle Maldive, no?!”.
Non è di “sogni e desideri” che stiamo parlando, ma di quotidianità: di cose che possiamo fare, che dipendono da noi… da noi e basta!

Perciò, definire che cosa possiamo fare per sentirci bene è il primo passo.
Scriverlo ci permette di non dimenticarlo nel tempo.

E il secondo passo?
Come accennavo prima, il passo successivo sta nel programmare (e rispettare) piccoli momenti dedicati a noi.

Non serve fare mille programmi, ma scegliere due/tre cose della nostra lista (intitolata “La cura di me”) e  spuntarle nell’arco di una settimana.

Anche fare una lunga doccia, ascoltando la musica che amiamo e lasciando che l’acqua calda ci rilassi i muscoli, è “cura di sé”.
Perciò non ditemi che non c’è tempo: non boicottatevi da sole!

Raccontatemi, piuttosto, in quanti modi avete deciso di prendervi cura di voi, così da essere di ispirazione a tutte le altre.
Vi aspetto!

Troppi problemi e poca energia? Ecco un buon modo per uscirne!

Ti è mai capitato nella vita di sentirti stanca, svuotata e di aver pensato: “Vorrei solo scomparire!”? Una frase che sottintende il desiderio di trovare un po’ di silenzio, di pace: smetterla di dar retta agli altri, di preoccuparti e occuparti di mille problemi tutti insieme.

Magari hai esclamato: “Sono alla frutta!”… quando in realtà sei al “dolce”, visto come ti senti.

Sono periodi in cui, se ti chiedono cosa vuoi, non lo sai… perché non hai la forza né la voglia di pensare alla risposta.
Se pensi “Cosa voglio?”, la testa inizia a girare, i pensieri si affollano nella mente e non trovi le parole per spiegare a chi ami il groviglio che c’è.

Alla domanda – “Come posso aiutarti?” – ti senti peggio, perché non lo sai o non hai voglia di suggerire la risposta.
Vorresti soltanto che ci pensasse qualcun altro a farti stare bene: che risolvesse i tuoi problemi, che si prendesse cura di te, facendoti tornare il sorriso.

Senti di aver bisogno di aiuto, da sola non ce la fai, perché ti mancano le energie: sei scarica!
E i problemi si risolvono quando si è lucidi, riposati e pieni di energia.

“Oddio, Coach! Allora sono depressa?”.

Non è detto.
Magari sei “semplicemente” sfinita e quindi tutto diventa estremamente pesante.
Magari si sono sommati vecchi e nuovi problemi, rendendoti le giornate soffocanti.
Magari hai accumulato stress e tensioni, senza riuscire a scaricarle.
Magari è molto tempo che non ti dedichi una pausa per fare ciò che ami.

“Quindi cosa devo fare?”.

PRENDITI CURA DI TE!

Sì, certo, Coach! E tutti i miei problemi chi li risolve?”.

Lo farai tu, quando ti sarai ricaricata.
Significa che devi recuperare sonno, energie, lucidità, motivazione. Solo così tornerai a vedere il sereno.

“Già, Coach, ma se non riesco a decidere nemmeno cosa voglio fare… Come faccio a occuparmi di me?”.

Innanzitutto, non aspettarti di ricevere l’aiuto che ti serve (a meno che tu non decida di rivolgerti ad un professionista): i familiari e gli amici sono fantastici, ma mancano degli strumenti necessari per darti concretamente una mano.

Fai così: dividi un foglio di carta in 3 colonne.
Sulla prima colonna scrivi (con la penna) tutto ciò che ti occupa la mente (cioè i problemi che ti tolgono serenità).
Sulla seconda colonna, invece, scrivi che cosa puoi fare concretamente per risolverli.
Nella terza colonna scrivi quando te ne occuperai e, in una scala da 0 a 10, quanto pensi di riuscire a spuntare quella voce in elenco.
Se la tua valutazione è 5, significa che la soluzione che hai trovato non va bene per te, perciò trova un’altra soluzione.

Poi numera il tuo elenco di “problemi” (prima colonna) e affrontalo sulla base delle priorità (dal problema più pesante a quello meno) oppure in base alle tue energie (se ne hai poche, parti dal problema più semplice).

Il passo più difficile è uscire dalla “palude”!
Decidere di muoversi, anche a piccoli passi, senza la pretesa di risolvere tutto e subito.
Datti un tempo!

Se poi hai la possibilità di rivolgerti ad un Coach, meglio!
Ti affiancherà nella costruzione degli step necessari a uscire dal tuo stallo, ti sorreggerà quando sarai stanca e ti ascolterà quando avrai bisogno di “scaricare” i tuoi pensieri e dare forma a quel groviglio.
Un prezioso alleato che ti permetterà di risolvere più velocemente i tuoi problemi per tornare a guardare la vita a colori.

Se pretendi di “controllare tutto”, ti rovini la vita!

Quante volte ti hanno detto “Dai, rilassati!”, “Vivi con un po’ di leggerezza!”, “Smettila di voler controllare tutto!”.
E come ti sei sentito? Probabilmente frustrato, incompreso, infelice.
Magari ti sei chiesto se effettivamente stai esagerando o se sono “gli altri” a essere troppo superficiali, lasciando andare le cose così come vanno. Magari hai provato una sorta di invidia per chi vive senza la pretesa di controllare tutto e tutti.

E allora facciamo chiarezza.

Non c’è niente di male né di sbagliato in te, se sei solito fare un’adeguata verifica di come stanno andando le cose nella tua vita (lavoro, relazioni, ecc), anzi, ben venga! E’ utile.
Se invece è un bisogno irrinunciabile, che ti procura ansia, inquietudine, nervosismo, persino terrore, allora parliamo di “ipercontrollo”.

Forse ne hai sentito parlare in termini di “mania di controllo”, cioè quando pretendiamo di prevenire ciò che è imprevedibile, come il comportamento altrui e le situazioni. In poche parole, il nostro voler controllare tutto non è sano e dovremmo lavorarci sopra per vivere in modo più sereno.

Già mi immagino la reazione… “Chi? Io? Mica ho la mania del controllo!”.

Allora proviamo a descrivere chi ce l’ha:

  • Perde serenità di fronte alle situazioni incerte.
  • Ha sempre paura di commettere errori.
  • Ha difficoltà a gestire lo stress.
  • Sente un bisogno costante di essere rassicurato.
  • Non ha fiducia nelle capacità degli altri.
  • Sente su di sé un eccessivo carico di responsabilità.
  • Proprio non riesce a lasciare al caso neppure il dettaglio più insignificante.

Scommetto che ora dirai: “Oh, cavolo! Sono io!” oppure “Oddio!, assomiglia a mia moglie/marito!” o ancora “Sembra che parli di mia madre/padre… E se fosse davvero così?”.

Togliti alcuni dubbi!

Chi è maniaco del controllo spesso pone eccessiva attenzione al proprio corpo, in termini di alimentazione e cura di sé, oppure ha l’ossessione per l’ordine e la pulizia, nel senso che è terrorizzato da germi, sporco e disordine. Pretende di tenere sotto controllo i figli, il partner e, al lavoro, si dimostra perfezionista e intransigente… Insomma, vive proprio male!

Sì, perché – se sei così – non sopporti le novità, gli imprevisti, e non riesci a delegare, così fai tutto tu ed esaurisci le tue energie.

Dimmi la verità… anche il tuo fisico ne risente, vero?
Sì, perché per avere tutto sotto controllo il corpo è in continua tensione muscolare e si irrigidisce. La conseguenza è un costante senso di stanchezza e spossatezza.

Ti ci ritrovi?
Ti va di migliorare? Già, perché è possibile: non è che si nasce così.
Si può essere predisposti, ma non è genetico. Bella notizia, vero?

Allora inizia da qui:

  • Non censurare le tue emozioni, perché è frustrante. Semmai impara a gestire la rabbia, la tristezza, il senso di colpa.
  • Se la mania di controllo ti procura gravi crisi d’ansia o attacchi di panico, cerca un bravo psicologo/psicoterapeuta per farti curare.
  • Guarda in faccia il tuo sforzo di fare ordine, di prevedere l’imprevedibile, di non farti trovare impreparato: renditi conto che è un bisogno interiore e non c’entra con l’impegno e la responsabilità (perciò… non raccontartela!).
  • Diventa consapevole di esserti chiuso in una gabbia, dove tutto deve andare come vuoi, in modo perfetto; dove tu devi mostrarti impeccabile, indipendente, efficiente, senza che nessuno te l’abbia mai chiesto.
  • Prova ad essere più spontaneo, più “vero”: togli la maschera, almeno un pochino. Nessuno ti giudicherà!
  • Smettila di arrabbiarti per come va il mondo: la politica, l’economia, la società. Domandati: “Cosa posso fare concretamente per cambiare le cose?” e poi fallo. Ma se capisci di non poter intervenire… lascia perdere. Vai oltre!
  • Rompi la routine: ogni tanto cambia qualcosa. Magari scegli un nuovo percorso per andare al lavoro o pranza in un bar diverso dal solito.
  • Se qualcosa va storto, prova a dirti: “Ho commesso un errore” e non “Sono un disastro!”.

E ricorda:
“Tutto quello che non riesci a controllare ti sta insegnando a lasciar andare.”   (Jackson Kiddard)

I “vampiri dell’anima” esistono!

Cosa succede quando una donna si innamora di un narcisista? Di un uomo che si mette con lei, la fa a pezzi, la lascia e infine torna a tormentarla? Sembra un film dell’orrore, vero?
Io però ne ho conosciute di ragazze e donne così: le ho viste soffrire, dubitare di sé, delle proprie capacità, fino a perdere se stesse, la propria autostima, i propri sogni e obiettivi.
Hanno amato un “mostro”, ma grazie a Dio ne sono uscite, anche se con grande fatica e tanto impegno. La mia lettera, quindi, è per loro e per tutte quelle che – senza accorgersene – stanno vivendo a fianco di un manipolatore.

Cara Amica,
quando l’hai incontrato non l’hai riconosciuto…
D’altra parte chi riconoscerebbe subito un narcisista? Un uomo che ti lusinga, che ti fa sentire speciale, unica. Un uomo che ti dice di non aver mai provato un amore simile prima. Dolce, affettuoso, pieno di attenzioni…
Tu non l’hai riconosciuto, ma lui sì: ti ha cercata, stanata come una preda.
Ha fiutato subito il tuo bisogno d’amore, le tue ferite del passato, le tue fragilità e il desiderio di non essere più sola.
Ti ha fatto credere che ti avrebbe amata nonostante la tua vulnerabilità, anzi, che ti avrebbe “salvata” da una vita triste e vuota. E tu hai scambiato tutto questo per amore e ti sei fidata e affidata.

Oh, se tu fossi stata meno affamata di amore e attenzioni, forse gli avresti tolto subito quella maschera da impostore!
Ma lui era l’uomo che avevi tanto atteso, così perfetto e innamorato.

Sei stata generosa con lui, sempre presente, disponibile: gli hai donato un amore incondizionato.
E lui era così affascinante: sicuro di sé, deciso, ma anche tenero. Cosa volere di più?

Solo che è bastato poco perché lui cominciasse a sottolineare i tuoi difetti, le tue mancanze, il tuo non essere mai abbastanza. Prima una stilettata con una frase pungente e poi una carezza con una frase affettuosa… fino a confonderti: dottor Jekyll e Mr. Hyde!
E così hai messo in dubbio te stessa
e la realtà che avevi sotto agli occhi.
E hai cominciato a vivere sull’altalena: un giorno su, se era carino con te, e uno giù, quando ti criticava severamente.

Un amore a intermittenza… O meglio, un NON amore, ma tu di questo non potevi renderti conto perché il narcisista ha mille maschere ed è un abile manipolatore: sa come tenerti in pugno, come fare perché tu dipenda da lui, sempre, anche se soffri.

E quando hai timidamente tentato di reagire, ti ha fatta sentire in colpa, come fossi quella che “vuole rovinare tutto”, perché quello che gli davi non era mai abbastanza: tu non eri mai abbastanza. Lui invece stava sul piedistallo, convinto di essere il migliore, quello che non sbaglia mai.

Ti ha fatto credere di poter fare a meno di te, ti ha instillato la paura di perderlo. E tu, che lo amavi, gli hai creduto e ti sei aggrappata a lui ancora di più.

Poi si è stancato e ti ha lasciata per davvero.
Verrebbe da dire che hai vinto un terno al lotto! Ma so che tu non l’hai presa così.
Prima di andarsene, ti ha rovesciato addosso tutto ciò che di più cattivo e immeritato si possa ascoltare. Tu, l’unica colpevole, l’unica causa di questo suo abbandono. Tu, così inadeguata, da non essere riuscita neanche a tenertelo stretto!

Voglio dirti che non è così, che tu non hai alcuna colpa e che questa rottura – per te – è una vera fortuna, perché – se lo vuoi – ti dà la possibilità di ricostruirti, di ritrovare quella che eri, con tutte le tue meravigliose qualità: quei punti di forza che non sapevi né sai di avere.

Lui se n’è andato, ma non ti ha comunque lasciata in pace. Ha cercato di tenerti agganciata, inviandoti messaggi con frasi ambigue, di (finto) affetto, di (falsa) comprensione e preoccupazione.
Ma quando hai scelto di non rispondere, lui ti ha ferita con le solite frasi cattive, perché nessun carnefice accetta di perdere la sua vittima!

La verità è che hai fatto la cosa migliore a evitare qualsiasi contatto con lui: non puoi correre il rischio di una ricaduta!
Anche perché il tuo narcisista non ti ama, non cambia e non cambierà mai. Se ritorna è solo per affermare il suo dominio, per dimostrare a se stesso che sei un suo possesso, come tu fossi un oggetto.

Perciò, in attesa che gli squarci del tuo cuore cicatrizzino, FOCALIZZATI SU DI TE e prenditi cura della persona che sei: ricordi che cosa ti piaceva fare prima di incontrarlo? Che sia un hobby, un nuovo interesse, una passione trascurata o abbandonata da anni… Basta che ti renda felice e ti faccia assaporare di nuovo il gusto della vita.
L’amore per te stessa, per un animale, per gli amici è un toccasana! Così come viaggiare, leggere un buon libro, goderti un buon film.

Non cercare un nuovo compagno: non fino a che non ti sarai ricostruita del tutto. Non finché avrai la certezza di “bastare a te stessa”.
Solo così non rischierai di cadere ancora vittima di un “vampiro dell’anima”.

Uscirne è dura, ma – vedrai – è possibile!

Ma chi l’ha detto che dobbiamo essere per forza e sempre al top?

Oggi per essere considerati al top e godere del consenso generale dobbiamo avere una serie di caratteristiche: sempre in salute, sempre sorridenti, sempre in linea e prestanti, sempre pieni di amici, con stipendi da capogiro, con figli perfetti, con partner devoti…

Certo non possiamo cambiare quello che pensa la massa, ma possiamo domandarci:

“Essere così, mi rende felice?”

La realtà è che, se per inseguire questo “standard”, ci stressiamo così tanto da perdere il sorriso… Beh, forse stiamo rincorrendo qualcosa che non ci rappresenta e questo significa che stiamo perdendo noi stessi e i nostri veri bisogni.

Chi vorrebbe mai snaturarsi?
Eppure ci sforziamo ogni giorno per essere come gli altri ci vogliono.
O per lo meno, come “crediamo” di dover essere.

Certo, a chi piace essere malato, grasso, solo e con uno stipendio da fame?
A nessuno. Ovvio.
Ma ragionare per estremi non ci aiuta.

Chi l’ha detto che bisogna essere al top, altrimenti si è sotto zero?

Magari non siamo al top, ma se ci analizziamo possiamo renderci conto di quante qualità abbiamo, quanti obiettivi abbiamo già spuntato e quanti aspetti positivi caratterizzano la nostra vita.

Ma per fare questo dobbiamo imparare a rilassarci
Smetterla di rincorrere ciò che non siamo e che non saremo mai.

E guardate che io credo profondamente nella spinta e nella capacità umana di migliorare se stessi.
Perciò non fraintendetemi: il mio non è un invito a impigrirci, a trovare scuse per non impegnarci né agire.

Il fatto è che dobbiamo sentirci liberi di scegliere in che cosa migliorare.
Non devono imporcelo gli altri.

Anche perché la motivazione deve venire da “dentro” per spingerci davvero e per lungo tempo.
Altrimenti iniziamo qualcosa e poi la abbandoniamo…
Col risultato di sentire di aver fallito.

Pensate allora a dove va a finire la nostra autostima!

Diventa un circolo vizioso: più inseguo obiettivi che non “sento” (ma che mi impongono gli altri), meno motivazione ho e più rischio di fallire.
Se fallisco, mi convinco di non essere all’altezza e la mia autostima crollerà.
E con un’autostima così bassa non intraprenderò mai nulla di nuovo e quindi non sarò mai all’altezza di quegli standard che mi impone la società…

Quindi, se vogliamo essere felici, dobbiamo stabilire i “nostri” standard e definire gli obiettivi importanti per noi.

Magari non saremo al top agli occhi degli altri…
Ma il successo – oggi –  è vivere facendo scelte (magari impopolari) che ci regalino serenità e pace.

Perciò smettiamola di competere quotidianamente con modelli che non ci appartengono!
La nostra vita ci ringrazierà.

Se hai superato i 40 e vai verso i 50… sfodera un bel sorriso: è tempo di pensare a te.

Entrare negli “anta” è un momento che non si dimentica e che si può vivere in modi completamente opposti:
c’è chi è felice di poter dire finalmente “Oh, guarda che io non sono mica nata ieri!” e chi invece va in crisi perché “gli anta” la fanno sentire vecchia.

Comunque tu l’abbia vissuto, una cosa è certa: si fanno dei bilanci, si guarda a che cosa si è lasciato indietro e a come si è cambiate.

A volte il bilancio è positivo, perché si è raggiunta una tale sicurezza di sé da sentirsi pronte a cogliere nuove sfide.
Altre volte si entra in crisi, rendendosi conto di aver messo in stand by la propria vita, di aver rinunciato a una serie di esperienze che ora sembrano irrecuperabili.

Non è quindi importante il numero dei tuoi anni sulla carta d’identità, perché ci sono donne che, superati i 40, si sentono già vecchie e altre invece che si abbattono compiendo i 50.

Sophia Tucker ha detto “La vita comincia a quarant’anni”.
Ma quante direbbero con sincerità la stessa frase?

In effetti i cambiamenti ci sono entrando negli “anta” e procedendo verso i 50.

  • Cambia il fisico
  • Cala l’energia e si allungano i tempi per il recupero
  • Si ha meno pazienza
  • Ci si sente ancora giovani “dentro”, ma fuori non lo si è più
  • Si è “signore” e non più ragazze…

Però ci sono anche degli aspetti positivi e tra questi – fondamentale – una maggiore sicurezza di sé per l’esperienza di vita accumulata. Fantastico, no?

Sì, belle parole, ma se hai dei rimpianti o qualche desiderio rimasto indietro?

E’ certamente il momento di realizzarlo!
Buttati e segui il tuo istinto!

Eh, ma se ormai non è più il momento?

E chi l’ha detto?
Sai che Cristoforo Colombo aveva 41 anni quando ha scoperto l’America?
E Leonardo da Vinci ne aveva 51 quando ha dipinto la Gioconda?

Jim Carrey ha detto:
“… devi separare te stesso da quello che gli altri si aspettano da te e fare ciò che ami. Perché se hai 50 anni e non fai quello che ami, che senso ha?”.

E allora, tu a cosa vuoi dedicarti?
Qualunque cosa vuoi fare, falla.

Non sai da che parte iniziare?
Scrivi una lista di ciò che ti piacerebbe fare.

Poi metti in ordine di gradimento le voci in elenco.
Verifica che il risultato dipenda da te, esclusivamente da te.
Ora puoi partire dal numero uno, il primo della tua lista.
Su un foglio scrivi tutto ciò che – secondo te – devi fare per raggiungere il tuo obiettivo.

Prepara i vari step e…
Inizia a contare: 5 – 4 – 3 – 2 – 1 – 0!  E via con l’azione!

Comincia a inseguire il tuo desiderio, il tuo sogno, il tuo obiettivo!
Non fai male a nessuno, lo sai.
Alleggerisci la tua vita.
Smetti di sovraccaricarla!

Regala i libri che sai che non leggerai mai.
Elimina i vestiti che non vuoi più indossare.
Allontana da te anche i pensieri negativi, i ricordi che fanno male, le persone sgradevoli.

Ora è il momento di pensare a te!

“Vabbé, a parte il fatto che si fa le canne, è un ragazzo normale!”.

Così mi ha detto un ventenne parlando di un suo nuovo amico.
Ma è davvero “normale” che un giovane fumi hashish o marijuana?
Perché dobbiamo porci la domanda, se vogliamo assumerci un ruolo educativo.
E non aiuta, come genitore, dirsi: “No, ma mio figlio non lo fa” oppure “Mia figlia non frequenterebbe mai certe compagnie”.

Perciò provate a chiedere ai vostri figli se per loro è normale che un coetaneo fumi abitualmente marijuana. Probabilmente vi risponderanno di sì, anche se loro non lo fanno.

Riflettiamoci insieme, ora, tralasciando il consumo che ne fanno gli adulti e la discussione sugli effetti e sulle conseguenze.

Parliamo di adolescenti, di ragazzi delle scuole superiori e degli universitari.
Ragazzi quindi che studiano, che hanno a disposizione tutte le informazioni sugli “spinelli”.
Ragazzi che non lavorano, ma hanno a disposizione dei soldi che vengono dalla famiglia.

Giovani che escono dallo stereotipo del “tossico” anni ’80, che si vedeva vagare in giro per Milano “strafatto”, barcollante, col braccio pieno di buchi e gli occhi semichiusi, destinato a morirci di eroina.

Per molti dei nostri giovani, un ragazzo che fuma “erba” è normale quanto uno che non lo fa.

Ma secondo voi… è davvero così?

Mi sono presa la briga di documentarmi e ho letto parecchie testimonianze di adolescenti (12-20 anni) che sono soliti “farsi le canne”.

Le motivazioni sono per lo più legate al desiderio di sentirsi bene con se stessi e col gruppo a cui si è scelto di appartenere; al sentirsi in pace, rilassati e tranquilli, riuscendo così ad alleviare lo stress della scuola e degli impegni.

Un modo veloce per “staccare un attimo la spina e svuotare la testa da tutti i problemi, liberandoti da qualunque preoccupazione ti stia assillando”.

Qualcuno lo fa per solitudine, qualcun altro per sentirsi “potente”, allegro, felice e “vivere in modo migliore la vita”, guardandola da un’altra prospettiva, quella più piacevole.

Ma ci sono molti altri che fumano spinelli perché ciò li aiuta a pensare, a riflettere:

“Ti apre la mente e ti porta a grandiosi ragionamenti ai quali durante la vita quotidiana non saresti mai arrivato”.

Sanno che non risolverà i loro problemi, ma “aiuta a guardarli tutti insieme da lontano”.

Alcuni di loro esprimono il bisogno di voler scappare dai problemi (anche solo per un’ora) e attribuiscono alle “canne” il potere di far loro provare sensazioni che non riuscirebbero mai a raggiungere “normalmente”.

Ricorrono spesso nelle loro risposte parole come “normale” o “normalmente”.

E sapete qual è un sinonimo di “normale”?
Il dizionario riporta “sano”.
Mi piace accostare questi due aggettivi: “normale” e “sano”.
Come a dire: un ragazzo “normale” è sano.

E dunque vi sembra “sano” (e quindi normale) un ragazzo che ricorre alla cannabis per vivere meglio?

Questi ragazzi fumano per “smettere di pensare”, ma la mente fa parte di noi, come il cuore, i polmoni. Non possiamo fermarla, ma solo confonderla, anestetizzarla, ma così facendo non risolviamo certo i nostri problemi.

Fumano “per poter guardare i loro problemi tutti insieme da lontano”.
Ed è questo il problema: che i problemi non vanno guardati tutti insieme, perché il rischio è quello di esserne schiacciati.
Vanno guardati uno ad uno, mai contemporaneamente. E bisogna occuparsi di ciascuno di essi in modo separato, dandosi del tempo, fino a risolverlo del tutto.

E’ dura affrontare la quotidianità, con la sua noiosa routine da una parte e i mille disagi (di salute, di relazione, di lavoro, di studio) dall’altra. Ma non farlo in modo cosciente e consapevole toglie la possibilità di trovare una soluzione.

Bisogna fermarsi (non fermare la mente) e chiedersi:
“Che cosa mi annoia?”
“Che cosa mi piace fare?”
“Quale attività mi fa perdere la cognizione del tempo e dello spazio?”.

Tutti abbiamo bisogno di “staccare la spina” ogni tanto, ma dobbiamo far capire ai giovani che possiamo farlo in mille modi appassionanti, senza ridurci a una “canna”.

I ragazzi intervistati facevano spesso riferimento al gruppo, che in effetti è molto importante in quella fascia d’età.
Ma possiamo farli riflettere sul fatto che la parola “gruppo” si può legare a splendide esperienze, non per forza allo sballo.

Possono essere felici praticando uno sport “di gruppo” o suonando in una band o coltivando interessi comuni, come la passione per le auto o le moto.

Ci sono mille modi per evitare di iniziare a fumare le “canne” e in questo possiamo davvero guidarli.

La prima cosa è far loro capire che “non è normale” farlo (anche se lo fanno in molti).
La normalità va in direzione della salute, della realizzazione, della felicità e tutto questo non si può trovare in uno spinello.

Ragazzi, occhio al… Vamping!

Ragazzi, oggi parliamo di un argomento da non prendere alla leggera.

Avete presente gli studenti che “dormono” durante le lezioni?
Quelli che usano il banco come un cuscino e scrivono stando sdraiati sul braccio, sbadigliando di continuo?
Alcuni dicono apertamente di aver visto un film fino a tardi, ma altri sostengono di essere andati a letto alle nove.

E allora come mai sono in quelle condizioni?

Semplice: utilizzano fino a mezzanotte e oltre lo smartphone per chattare (whatsapp), postare foto, guardare video su Youtube.
E tutto all’insaputa dei genitori, che li credono a dormire.

So che molti di voi non ci trovano niente di male, ma questo fenomeno ha un nome ed è stato studiato da esperti.
Si chiama “Vamping” e consiste nel restare svegli anche tutta la notte sui social.

Cosa succede però poi al fisico e alla mente?
Be’, la mattina c’è una grande stanchezza, che impedisce di stare attenti e concentrati.
Si diventa irritabili e nervosi, perciò si risponde male.
Spesso si ha mal di testa e lo si attribuisce allo stress delle verifiche, ma non è quella la causa.
I voti, tra l’altro, si abbassano e l’ansia aumenta.

Capita anche a voi?
Allora, forse, se vi dicessi che vivere “iperconnessi” è una dipendenza, mi direste che questo problema riguarda gli altri e non voi.

Ma state attenti ai segnali: se vi accorgete di essere sempre stanchi, tesi, se sentite il bisogno di dormire durante il giorno, chiedetevi quante ore siete stati “connessi”.
Ci sono ragazzi che passano SEI ore davanti a uno schermo!

Dunque come fare a tornare pieni di energia?
Non dovete eliminare la tecnologia, ma darvi delle regole e seguirle ogni giorno un po’ per volta.
Stabilite, ad esempio, di spegnere il cellulare alle 22.30 e datevi come obiettivo di non mollare per una settimana.
La settimana successiva, spegnete il cellulare alle 22.15 e così via sino ad avere OTTO ore di sonno.

Lo so, sarà dura, ma ce la potete fare! Vi farà tornare vitali, allegri, socievoli. Vi sembra poco?

 

* Articolo di Laura Gazzola, pubblicato sulla pagina dei ragazzi de La Provincia di Como (7/11/2017).

Lo sport è salute, ma non dirlo a tuo figlio adolescente!

Oggi parleremo di “adolescenti e sport”: dalla scelta o meno di dedicargli del tempo, ai suoi benefici, ai motivi per cui vogliono praticarlo, alla decisione di abbandonarlo per poi passare  – magari – ad un altro. E scopriremo come noi adulti dobbiamo comportarci di fronte alle loro scelte.

Prima però cerchiamo di capire chi è l’adolescente, così sarà più semplice comprendere le sue mosse.

L’adolescenza ai giorni nostri inizia verso i dieci – undici anni e termina verso i ventiquattro – venticinque. E’ un periodo della vita che coincide con la pubertà, cioè con un importante cambiamento fisiologico, dove si passa dall’essere bambini all’essere adulti sia nel corpo sia nella mente.
Il cervello, infatti, il corpo, le sensazioni, le idee e le curiosità subiscono grandi modifiche.
Inoltre “si cambia carattere” e si acquisiscono nuove capacità: si diventa capaci di prendere decisioni, di pianificare; si avverte la “spinta” ad agire; si hanno nuovi valori e si sviluppano nuove capacità di relazione.
In questa fase di totale cambiamento, i ragazzi hanno bisogno di sperimentare, di fare nuove esperienze, di dimostrare a se stessi e agli altri di “essere capaci”, oltre ad avere tanta energia da scaricare.

Lo sport, da sempre, è sinonimo di salute a tutte le età e durante l’adolescenza lo è ancora di più. Ecco perché i pediatri sono preoccupati: le loro ricerche attestano che gli adolescenti totalmente sedentari sono tantissimi! E il fenomeno riguarda soprattutto le ragazze, in una percentuale che va dal 24% (tra i 15 e 17 anni) al 30% (tra i 18 e i 19 anni).
Secondo i medici, la colpa è da attribuire alle nuove tecnologie (tv, computer o smartphone) che vengono utilizzate per 3 o 4 ore al giorno.
Tuttavia, a peggiorare le cose vi sono anche i genitori. Pensate che in terza media 4 minori su 10 vengono accompagnati a scuola in auto, mentre solo il 24% va a piedi e solo il 9% in bici. E questo non aiuta!
Il problema è davvero serio, visto che il 60% dei giovani italiani trascorre tra le 10 e 11 ore comodamente seduto, mentre dovrebbe praticare almeno un’ora al giorno di attività motoria per raggiungere uno sviluppo psicofisico armonico e salutare.
Basterebbe correre o passeggiare nel parco (magari col cane), fare un giro in bicicletta oppure godersi una nuotata in piscina.
La realtà quindi ci dimostra che i nostri adolescenti non sono sportivi, ma semplici “spettatori” dello sport, che seguono in TV.

Ma cosa cercano i nostri figli nello sport?

Dipende dall’età:
– a 5 – 10 anni vogliono giocare ed entusiasmarsi.
– A 11-14 anni desiderano vedere fin dove possono spingersi e quindi possono programmare e darsi obiettivi a lungo temine, impegnandosi anche nella cooperazione. Questa è la fascia d’età in cui la pratica sportiva è al massimo!
– A 15-20 anni possono scegliere di intraprendere la strada del professionismo oppure di raggiungere e mantenere la migliore forma fisica e la competenza sportiva. Tuttavia le statistiche dimostrano che è il periodo in cui vi è un netto calo nella pratica sportiva.

I motivi per cui gli adolescenti abbandonano la pratica sportiva sono:
– La scuola, per l’eccessivo impegno richiesto dallo studio (56,5%)
– Il tipo di sport , che ormai annoia (65,4%) o è troppo faticoso (24,4%) oppure per la presenza di istruttori troppo esigenti (19,4%)

Cosa fare se nostro figlio vuole abbandonare?

Certamente dobbiamo incoraggiarlo a fare vari tentativi per trovare il suo sport preferito.
Significa che non lo criticheremo se ne inizierà uno e poi lo abbandonerà per provarne un altro.
La cosa importante è che scelga lo sport che gli piace di più e che si alleni per rendere più forti i suoi muscoli.
Pensate a sport aerobici, come nuoto, pattinaggio o corsa, da abbinare a quelli anaerobici come la ginnastica a corpo libero con esercizi di potenziamento e resistenza.

Non dimentichiamo che i ragazzi scelgono di praticare uno sport per:
amicizia, cioè per passare il tempo libero con i componenti del gruppo, oppure
– per naturale ribellione verso l’autorità dei genitori, che magari preferirebbero che il figlio facesse altro.

Il vero criterio da seguire nella scelta, però, dovrebbe sempre essere il gusto personale del ragazzo. Perciò lasciamo che scelga lui! E se sarà per lui una delusione… pazienza!
L’importante è che se ne renda conto da solo e non perché glielo suggeriamo noi!

E se nostro figlio é indeciso, come aiutarlo?

Di sicuro cercando di non imporre qualcosa che piace solo a noi.
Cerchiamo di parlarne con lui: analizziamo insieme le motivazioni della sua possibile scelta, i pro e i contro dei vari sport e poi lasciamogli del tempo per valutare.
In particolare:
Non facciamogli la predica sulla vita sedentaria, la salute, ma parliamo di divertimento e gioco.
– Facciamogli capire qual è la differenza tra sport di gruppo e individuali per valutare quali sono più adatti a lui.
– Diamogli la buona regola di non stare davanti a tv, pc e cellulare per più di 2 ore al giorno, così che abbia il tempo per praticare uno sport o comunque di muoversi.
– Per quanto sia difficile, proviamo a dare il buon esempio, praticando a nostra volta uno sport da soli o insieme a lui.

E quali sono i vantaggi che nostro figlio può ottenere grazie allo sport?

Sicuramente potrà sviluppare alcune caratteristiche positive come l’autonomia e la consapevolezza dei suoi limiti, ma anche allenare il suo spirito di iniziativa, la sua responsabilità, spingendolo alla socializzazione e alla cooperazione.
Lo sport inoltre insegna a pensare, valutare e proporre.
Per questo è considerato altamente educativo, al pari della famiglia e della scuola.

Ora che abbiamo chiaro quanto sia importante che nostro figlio faccia attività fisica, non ci resta che dialogare con lui per… proporgliela!

Persone tossiche: è il nostro corpo a dircelo!

Non tutte le frequentazioni che abbiamo ci fanno bene.
Ve ne siete mai accorti?

Se siamo ansiosi, ad esempio, può capitare di avvertire una sensazione di disagio in presenza di alcune persone, le quali – magari – ci parlano con particolare foga o ci assillano di domande ogni minuto.

Mi viene in mente una madre che, ogni qualvolta la figlia aveva un malessere, le domandava mille volte: “Come va?”, “Come stai? E’ passato un po’?”.
Col risultato che la figlia stava peggio.

Ci sono persone, amiche o familiari, che noi frequentiamo da anni, senza renderci conto che ci procurano “problemi”.
E come facciamo a scoprirlo?

Non è difficile, basta che “ascoltiamo” i segnali che ci manda quel saggio del nostro corpo.

A me era capitato diversi anni fa di rendermi conto che, dopo un po’ che mi trovavo in compagnia di un’amica, cominciava a dolermi il collo.
Un dolore sempre più acuto, al quale però non avevo mai associato la persona.
Quando lei ha cambiato città e quindi abbiamo smesso di frequentarci, il dolore è scomparso.
Allora ho capito: questa donna, sempre nervosa, tesa, sfogandosi con me non faceva altro che scaricarmi addosso tutti i suoi pesi.
E io me li caricavo sulle spalle, così che il collo si irrigidiva.

Sono tanti i segnali a cui possiamo stare attenti: la nausea, la tensione alle spalle, il mal di testa, di stomaco, di schiena…

L’importante è cominciare a farci caso e a domandarsi:
“Ma questa persona MI FA BENE?”.

E se la risposta finale è NO, valutare di diradare gli incontri o allontanarsi del tutto…

E se non possiamo farne a meno… essere consapevoli che rientrando a casa dopo averla frequentata… avremo un bel dolore o fastidio da qualche parte.