“Il Coaching mi ha aperto gli occhi e io ho scelto di restare dov’ero”.

Da anni vivevo come “sospesa”. Prendere o no una decisione? Ero sempre incerta.
Sposata da 25 anni e madre di due figli ormai grandi, ero scontenta del mio matrimonio e vivevo sempre inquieta, insoddisfatta.
Un giorno dicevo: “Basta, devo fare qualcosa!” e il giorno dopo: “Vabbè, ci penserò più avanti!”. Intanto il tempo passava, senza che cambiasse nulla.

Rivolgermi a Laura è stata una conquista!
Al nostro primo incontro ho pianto e lei mi ha fatta sentire così accolta da capire che era la persona giusta.

Abbiamo iniziato le sessioni, ma definire il mio obiettivo è stato difficile.
Volevo “essere felice”, ma non sapevo come.

Laura mi ha guidata con domande che ogni volta mi spingevano a fare chiarezza dentro di me.
Erano così profonde che finivo per pensarci per giorni.
Però, grazie a quelle, ho capito che sarei stata felice vivendo da sola, senza mio marito, continuando a occuparmi dei miei figli, anche se ormai adulti.

Non era la mia Coach a suggerirmelo. Lei non mi ha mai detto cosa fare: poneva le domande giuste e… le mie risposte venivano a galla.

La soluzione, quindi, sarebbe stata separarmi da mio marito e riprendere la mia vita in mano, ma alla fine ho fatto una scelta diversa.

Non me la sono sentita di affrontare i passi della separazione.
Lo so, non mi fa onore, ma non volevo uscire dalla mia “zona di comfort”.
Non era per le spese legali né per i miei figli (tanto avevano capito come stavano le cose).
Diciamo che non ho avuto il coraggio di lasciare la mia vecchia vita o forse non era il momento giusto, così ho “scelto” di restare dov’ero.

Per me non è un fallimento: il Coaching ha funzionato.
Avevo bisogno di fare chiarezza, di capire “come” tornare felice e ci sono riuscita. Il mio “restare lì” quindi è diventato una scelta, non il frutto di eterna indecisione.

E questo per me è un buon risultato.

Quando sarò pronta… chissà… farò quel passo.
Intanto… grazie Laura, per la pazienza, la disponibilità, la tua grande professionalità!

Marta G.

“Il Coaching per me è stato una brezza vitale!”.

Sono Lorenzo, ho 18 anni e ho conosciuto la Dott.ssa Gazzola (la mia Personal Coach) all’inizio della quarta liceo.
Ho voluto iniziare il percorso con lei perché sono sempre stato un ragazzo con molte insicurezze, privo di convinzioni che mi potessero far capire di potercela fare.
Fin dai primi anni della scuola media, infatti, soffrivo di un’ansia che mi portava a malesseri relazionali e nelle prove scolastiche. Anche nello sport sono sempre stato molto insicuro, poiché avevo sempre questa forma di ansia che mi faceva vedere tutto grigio.

All’età di 17 anni, dunque, mi sono ritrovato chiuso in me stesso e in guerra con l’ansia.

Ho quindi manifestato ai miei genitori il bisogno di un supporto e così è iniziata la ricerca di una persona adatta alle mie esigenze (psicologo o altro).
Una nostra conoscente ci aveva consigliato il Coaching (che era del tutto sconosciuto a me e ai miei genitori). Così avevamo contattato la Dott.ssa Laura e ho iniziato subito il percorso.

Ho capito sin dal primo momento di aver trovato la persona giusta, perchè capiva davvero cosa mi faceva stare male in quel periodo.

Ricordo ancora la mia prima sessione! Doveva durare un’ora e mezza, ma dato che sono sempre stato loquace, ho tenuto impegnata Laura per ben due ore durante le quali mi sono raccontato e ho provato a spiegare perché volessi intraprendere un percorso di Coaching.

Laura mi ha spiegato su che cosa avremmo lavorato e col passare del tempo mi sono accorto che lavorare su me stesso era difficile, per nulla scontato, ma bello.

Durante quei mesi mi è capitato di cadere tre volte in “buchi neri”, come li chiamo io, a causa della scuola e di altre situazioni, ma la mia Coach è sempre stata in grado di farmi rialzare, a volte prendendomi  anche di peso.
Credo di non aver mai vissuto un anno così intenso e pieno di esperienze!

Grazie al Coaching ho notato risultati fin dal primo momento, anche se non ero consapevole del lavoro grandioso che stavo facendo.
Così l’anno scolastico è volato e ci sono riuscito grazie a Laura.

Sono arrivato alla fine del quarto anno di liceo pieno di esperienze e ho finito il mio percorso di Coaching in contemporanea al termine della scuola.
Laura mi ha consegnato “il mio profilo” e… leggere le sue parole è stato molto emozionante, perché è una persona a cui mi sono legato con il passare del tempo.

Ora è giugno e il vecchio Lorenzo non se lo ricorda più nessuno.
Il cambiamento è stato così radicale per me che quasi non mi sembra vero!

È stato un percorso incredibile, perché sono cresciuto, ho imparato a conoscermi e ora sono consapevole di tanti miei aspetti.
Sì, quello che mi ha fatto crescere di più è stato aver capito davvero chi sono: quali sono le mie capacità e le mie “potenzialità”.

Così ora, consapevole di me stesso e di cosa voglio, consiglio a tutti quelli che ne sentono l’esigenza di fare un percorso con la mia Coach.  Davvero! Fatelo per VOI stessi!

Lorenzo B.
(Monza)

Mamme, prendetevi cura di voi!

Mi capita spesso di incontrare MAMME molto stanche e stressate.
Mi parlano dei salti mortali che fanno per gestire figli, casa e lavoro.

Se sono separate o divorziate (e non hanno aiuti) è ancora peggio.
Se hanno un partner “inesistente”, che non collabora, che non fa la sua parte… peggio che peggio.

E quando chiedo loro: “COME TI PRENDI CURA DI TE?”,
mi rispondono: “In che senso?”.

E allora chiarisco che non intendo l’igiene personale, ma ciò che fanno per se stesse e per puro piacere, come leggere una rivista, guardare in pace il programma tv preferito, bere una tisana in santa pace, fare una passeggiata…
Qualcuna, allora, mi dice: “Vado dal parrucchiere” oppure “Vado dall’estetista”.

Chiedo: “QUANTE VOLTE alla settimana/al mese” e la risposta spesso è: “Una volta al mese”.
Siete d’accordo che è davvero poco? Non possiamo prenderci cura di noi solo un paio d’ore al mese.

Prendersi cura di sé significa volersi bene.
Un po’ come dire: “Esisto anch’io”.

I figli sono una scelta, è vero, e i loro bisogni vengono sempre prima, tuttavia è importante tenere per sé alcuni momenti in cui mettersi al centro, anche solo per mezz’ora.
Il fatto è che questi momenti vanno programmati, altrimenti ci sarà sempre qualcosa più importante, più urgente da fare.

E la prima cosa da chiarire con se stesse è: “Che cosa mi fa stare davvero bene e mi regala un vero momento di relax e/o di serenità?”.

Vi sembra una domanda sciocca, scontata?
Magari starete pensando: “Figurati se non so che cosa mi fa stare bene! Un bel viaggio alle Maldive, no?!”.
Non è di “sogni e desideri” che stiamo parlando, ma di quotidianità: di cose che possiamo fare, che dipendono da noi… da noi e basta!

Perciò, definire che cosa possiamo fare per sentirci bene è il primo passo.
Scriverlo ci permette di non dimenticarlo nel tempo.

E il secondo passo?
Come accennavo prima, il passo successivo sta nel programmare (e rispettare) piccoli momenti dedicati a noi.

Non serve fare mille programmi, ma scegliere due/tre cose della nostra lista (intitolata “La cura di me”) e  spuntarle nell’arco di una settimana.

Anche fare una lunga doccia, ascoltando la musica che amiamo e lasciando che l’acqua calda ci rilassi i muscoli, è “cura di sé”.
Perciò non ditemi che non c’è tempo: non boicottatevi da sole!

Raccontatemi, piuttosto, in quanti modi avete deciso di prendervi cura di voi, così da essere di ispirazione a tutte le altre.
Vi aspetto!

Studenti in crisi dopo la prima settimana di scuola!

La scuola è iniziata ormai da una settimana e la bella notizia è che è ripresa in presenza.
Meraviglioso, no?

I ragazzi così possono ritrovarsi in classe coi compagni, ascoltare gli insegnanti che spiegano, uscire di casa tutte le mattine, non essere più soli.

E allora come mai ci sono ragazzi già in crisi?

La risposta è articolata.

Per prima cosa, durante la Dad si è persa un po’ l’abitudine alla classe.
I rapporti con i compagni, poi, sono diventati un po’ freddi e distanti. In alcuni casi sono scomparsi del tutto.

Così, tutta la perdita di socialità di cui si è sentito parlare, in realtà non era proprio riferita alla vita di classe, dove i compagni ascoltano le interrogazioni e giudicano (soprattutto se la prestazione è scarsa); dove la prof. restituisce le verifiche insufficienti e il votaccio è in bella mostra sul foglio davanti agli occhi di tutti.
E che dire degli intervalli, dove magari si resta tagliati fuori dal gruppetto leader e ci si sente così a disagio da voler scomparire?

Svegliarsi presto, uscire di corsa, ascoltare una prof. noiosa (senza addormentarsi) e indossare la mascherina per ore… Poi tornare a casa tardi, pranzare e via!

Sia ben chiaro: sono assolutamente favorevole e contenta delle lezioni in presenza, ma non posso fare a meno di ascoltare i ragazzi che mi parlano del loro disagio (antipatie, ansie, preoccupazioni, cadute dell’autostima).

Alcuni hanno già iniziato con verifiche, interrogazioni e la loro ansia è già andata alle stelle: faticano persino a dormire.

Ragazzi troppo fragili?  Non direi!
Per molti mesi si sono abituati a una scuola da seguire in casa propria, da soli.
Ora devono cancellare abitudini e ritmi della Dad per tornare a fronteggiare lo stress che la scuola in presenza richiede (corse, pranzi nel pomeriggio, cene veloci per poi ripassare, ecc.).

Si tratta di cambiare un’abitudine e per riuscire a farlo al meglio ci vogliono alcuni mesi.

Quindi…
I ragazzi possono apparire e risultare affaticati (sì, nonostante le lunghe vacanze);
possono essere preoccupati e in ansia oppure possono mostrarsi delusi dal rapporto coi compagni.

Per riprendere alla grande, devono impiegare un po’ di tempo: ora sono un po’… arrugginiti in tutti i sensi.

Perciò cosa fare?
– Non minimizzare né amplificare il loro disagio.
– Ascoltarli.
– Prendere in seria considerazione i loro bisogni (se li esprimono).
– Sostenerli e mettere in conto che per riprendere il giusto ritmo ci vorranno parecchie settimane.
– Spronarli a dare del loro meglio, senza caricarli di aspettative eccessive.
– Non sottovalutare le loro manifestazioni di ansia.

Se poi esprimono la necessità di essere affiancati da un professionista (teen coach, psicologo, counselor), meglio non perdere tempo e cercare il più adatto a far sì che i ragazzi tornino ad avere fiducia in se stessi e nelle proprie capacità, gestendo al meglio le difficoltà che la ripresa della scuola in presenza comporta.

Troppi problemi e poca energia? Ecco un buon modo per uscirne!

Ti è mai capitato nella vita di sentirti stanca, svuotata e di aver pensato: “Vorrei solo scomparire!”? Una frase che sottintende il desiderio di trovare un po’ di silenzio, di pace: smetterla di dar retta agli altri, di preoccuparti e occuparti di mille problemi tutti insieme.

Magari hai esclamato: “Sono alla frutta!”… quando in realtà sei al “dolce”, visto come ti senti.

Sono periodi in cui, se ti chiedono cosa vuoi, non lo sai… perché non hai la forza né la voglia di pensare alla risposta.
Se pensi “Cosa voglio?”, la testa inizia a girare, i pensieri si affollano nella mente e non trovi le parole per spiegare a chi ami il groviglio che c’è.

Alla domanda – “Come posso aiutarti?” – ti senti peggio, perché non lo sai o non hai voglia di suggerire la risposta.
Vorresti soltanto che ci pensasse qualcun altro a farti stare bene: che risolvesse i tuoi problemi, che si prendesse cura di te, facendoti tornare il sorriso.

Senti di aver bisogno di aiuto, da sola non ce la fai, perché ti mancano le energie: sei scarica!
E i problemi si risolvono quando si è lucidi, riposati e pieni di energia.

“Oddio, Coach! Allora sono depressa?”.

Non è detto.
Magari sei “semplicemente” sfinita e quindi tutto diventa estremamente pesante.
Magari si sono sommati vecchi e nuovi problemi, rendendoti le giornate soffocanti.
Magari hai accumulato stress e tensioni, senza riuscire a scaricarle.
Magari è molto tempo che non ti dedichi una pausa per fare ciò che ami.

“Quindi cosa devo fare?”.

PRENDITI CURA DI TE!

Sì, certo, Coach! E tutti i miei problemi chi li risolve?”.

Lo farai tu, quando ti sarai ricaricata.
Significa che devi recuperare sonno, energie, lucidità, motivazione. Solo così tornerai a vedere il sereno.

“Già, Coach, ma se non riesco a decidere nemmeno cosa voglio fare… Come faccio a occuparmi di me?”.

Innanzitutto, non aspettarti di ricevere l’aiuto che ti serve (a meno che tu non decida di rivolgerti ad un professionista): i familiari e gli amici sono fantastici, ma mancano degli strumenti necessari per darti concretamente una mano.

Fai così: dividi un foglio di carta in 3 colonne.
Sulla prima colonna scrivi (con la penna) tutto ciò che ti occupa la mente (cioè i problemi che ti tolgono serenità).
Sulla seconda colonna, invece, scrivi che cosa puoi fare concretamente per risolverli.
Nella terza colonna scrivi quando te ne occuperai e, in una scala da 0 a 10, quanto pensi di riuscire a spuntare quella voce in elenco.
Se la tua valutazione è 5, significa che la soluzione che hai trovato non va bene per te, perciò trova un’altra soluzione.

Poi numera il tuo elenco di “problemi” (prima colonna) e affrontalo sulla base delle priorità (dal problema più pesante a quello meno) oppure in base alle tue energie (se ne hai poche, parti dal problema più semplice).

Il passo più difficile è uscire dalla “palude”!
Decidere di muoversi, anche a piccoli passi, senza la pretesa di risolvere tutto e subito.
Datti un tempo!

Se poi hai la possibilità di rivolgerti ad un Coach, meglio!
Ti affiancherà nella costruzione degli step necessari a uscire dal tuo stallo, ti sorreggerà quando sarai stanca e ti ascolterà quando avrai bisogno di “scaricare” i tuoi pensieri e dare forma a quel groviglio.
Un prezioso alleato che ti permetterà di risolvere più velocemente i tuoi problemi per tornare a guardare la vita a colori.

Scopri se i tuoi figli sono destinati a essere felici!

La scorsa settimana mi è capitato di ascoltare una breve conversazione tra due quattordicenni.

Una diceva all’altra: “Tu come ti immagini tra vent’anni?”
e poi, senza lasciarla rispondere, con tono entusiasta e occhi felici, continuava: “Io mi vedo sposata, con due figli, una bella casa… E tu?”.

La sua amica, con grande esitazione e aria perplessa: “Mah… Non so! Non riesco a immaginarmi!”.

Secondo voi, quale delle due ha più probabilità di essere felice?

La prima ragazza pare avere idee chiare e progetti. La seconda brancola nel buio.
In realtà, la prima ragazza “immagina” (quindi desidera) cose che sono fuori dal suo totale controllo.
Sposarsi significa trovare l’uomo giusto e questo non dipende esclusivamente da noi.
Bisogna avere anche un pizzico di fortuna, oltre che essere ricambiate.
Avere figli non è scontato, nemmeno quando i partner sono sani.
Ci sono coppie che scoprono di non riuscire ad averne solo dopo le nozze e la sofferenza è enorme.
Avere una bella casa dipende dalla disponibilità economica, quindi dalle entrate della coppia, perciò dalla posizione lavorativa di ciascuno.

Questi “sogni/desideri” sono molto pericolosi, perché si concentrano su ciò che non dipende da noi.

Sarebbe stato meglio se la ragazza avesse detto: “Io mi immagino laureata…”, perché l’obiettivo della laurea dipende da lei soltanto, dalla sua determinazione.

Nei percorsi di sviluppo delle Life Skills insegno ai ragazzi a porsi obiettivi realizzabili, sfidanti, gratificanti, che permettano loro di usare tutte le potenzialità che hanno.
Questo comporta che gli obiettivi vengano espressi correttamente e che dipendano al 100% da loro.

Più la realizzazione dell’obiettivo coinvolge altri e meno possibilità ci sarà di arrivarci.
Questo dobbiamo insegnare ai ragazzi!

Certo è meraviglioso lasciarli vivere dentro un film rosa, ma quando si sveglieranno… cosa accadrà?

Meglio guidarli a immaginare un futuro che dipenda dalle loro capacità, punti di forza, determinazione, volontà, motivazione, passione.

Qui non si tratta di togliere a un’adolescente il sogno di un matrimonio e dei figli, ma di indirizzare meglio i suoi obiettivi.

E sappiamo bene che il primo passo per trovare l’amore è quello di realizzare in primis se stessi. Non il “bisogno” dell’altro, ma il piacere di renderci conto che ci completa.
Non una vita che dipende dall’altro (dal suo umore, dal suo denaro, dalle sue attenzioni), ma che si arricchisce grazie all’altro.

Comprendere questo significa indirizzare i ragazzi a essere felici.
E questo è il compito più importante che abbiamo, in quanto adulti ed educatori.

Parliamo di “reciprocità”, non di aspettative!

Qualche giorno fa, ascoltando un intervento di Paolo Crepet sull’educazione dei figli, ho fatto caso che usava il termine “reciprocità” come faccio anch’io, da anni, parlando coi genitori.

In poche parole, diceva che – se un figlio adolescente non vuole impegnarsi in nulla – il genitore non deve fare nulla, cioè niente paghetta né playstation, né cellulare… Niente.

Il concetto espresso era “se tu non fai niente per te stesso, io non faccio nulla per te”.
Interessante, vero?
A me è piaciuta la precisazione “… non fai nulla PER TE”, perché significa che il “nulla” del genitore è un atto di amore disinteressato e non una punizione o un ricatto.

Se un figlio non si dà daffare, il genitore NON deve  continuare a “dare” (soldi, regali…) né “fare” ciò che tocca al figlio.

Dovrebbe essere così anche nella vita quotidiana.

Al lavoro, perché dovremmo svolgere quello che è compito di altri?
Se un collega non fa niente di ciò che deve, perché dovremmo aiutarlo?
Se una persona è sgarbata, maleducata con noi, perché dovremmo continuare a essere gentili e disponibili con lei?
Non è un invito all’egoismo né alla maleducazione.
Si tratta di “reciprocità”.

Continuando a concedere il meglio a chi non fa altrettanto con noi, pensiamo di fargli del bene?
Di aiutarlo a migliorare? Perché se non pretendiamo la “reciprocità”, l’altro penserà di essere al centro dell’universo e che tutto gli sia dovuto, anche se non lo merita.

“Reciprocità” invece significa venirsi incontro, dialogare, comprendersi, rispettarsi e volersi bene.
Le relazioni umane “sane” si fondano sulla “reciprocità”.

Perciò, se l’altra persona NON risponde alle nostre domande, ci regala silenzi, assenze prolungate, dubbi, attese infinite… vuol dire che siamo soli: l’altro non c’è. Non è un rapporto il nostro.

Se siamo sempre noi a “dare” senza mai “ricevere”… non è un rapporto salutare.
Se l’altro non collabora e facciamo tutto noi… che relazione è?

Quindi, valutiamo bene se i nostri rapporti di amicizia, familiari, di lavoro hanno “reciprocità”: guardiamoli senza filtri né giustificazioni.

Chiediamoci: “Ricevo dall’altro ciò che io do?”,
“Mi sta bene dare e basta?”, “Per quanto ancora lo accetterò?”.

E poi decidiamo se e come cambiare il nostro atteggiamento per vivere più sereni e in pace con noi stessi.

Ecco come affrontare i momenti difficili!

È trascorso più di un anno dall’inizio della pandemia e il peso di questa situazione si fa sentire anche tra i più resilienti.
Come superare quindi l’umore nero, la stanchezza psicologica e lo scoraggiamento?

Ecco 7 semplici passi per aiutarci ogni giorno a trovare un po’ di luce:

  1. Per prima cosa dobbiamo evitare di impuntarci su “come dovrebbero andare le cose”: se la realtà è questa, inutile continuare a confrontarla con le nostre aspettative.
    “Accettare la realtà” è fondamentale.
    Più cerchiamo di opporci e più sarà difficile trovare una soluzione.
  2. Non facciamo le vittime, perché piangerci addosso ci rende immobili.
    Dirci che “niente cambierà” ci toglie la responsabilità di agire e di risolvere i problemi.
  3. Guardiamo “dentro di noi” e non fuori.
    Concentriamoci su quello che possiamo cambiare, senza pretendere che cambino gli altri o il contesto in cui viviamo.
    Chiediamoci: “Cosa posso fare io per migliorare la mia situazione?”.
  4. Focalizziamoci su ciò che abbiamo e non su quello che ci manca.
    Siamo vivi? Sani? Amati? Allora non ci manca nulla per affrontare le difficoltà.
  5. Ripetiamoci che questo brutto momento “non durerà per sempre”.
    Nulla è eterno.
    Perciò dedichiamoci a qualcosa che ci fa stare bene e ci permette di ritrovare un po’ di fiducia nel futuro.
  6. Cambiamo prospettiva.
    Come vogliamo vedere le difficoltà?
    Come ostacoli, prove da superare o sfide da vincere? Sta a noi scegliere.
  7. Rendiamoci conto che “molto è possibile” (se dipende da noi, dal nostro atteggiamento, da come reagiamo, da come parliamo a noi stessi) e che spesso le difficoltà ci spingono a scoprire il meglio di noi.

È Pasqua: cambia il tuo punto di vista!

Siamo prossimi alla Pasqua e non avrei mai immaginato di viverla di nuovo blindata in casa per la pandemia. E voi?
Vorrei dirvi che presto finirà, trovare frasi di incoraggiamento e ottimismo, ma come voi anch’io sono stanca, perché è un anno che rispetto diligentemente le regole ed esco solo per lavorare.
Come molti di voi, niente più socialità, trekking in montagna, passeggiate al lago o al mare.

Col passare dei mesi sono venute meno la pazienza, la tolleranza, la comprensione, la speranza. E sono cresciute la stanchezza, l’esasperazione, la frustrazione, l’ansia.

Sembra proprio che tutto vada male… E questo malessere è così diffuso che i prodotti maggiormente pubblicizzati in TV sono proprio quelli contro l’insonnia, l’ansia, l’irritabilità, il mal di stomaco e di testa.
Zero energia, zero positività. Che disastro!

Quindi cosa fare?
Ripiegarci su noi stessi? Abbandonarci all’apatia? Arrenderci alla negatività?

Per me è inaccettabile!
Non voglio abbattermi né violare le regole, perciò l’unica cosa da fare è “cambiare punto di vista”.

Al posto di ascoltare di continuo il mio disagio, che in alcuni momenti è assordante, ho scelto di “dargli un piccolo spazio” nell’arco della giornata.
Per il resto, al posto di elencare tutto ciò che mi manca (nel lavoro, vita sociale, salute, famiglia, ecc.), ho scritto una lista di tutto ciò che posso ancora fare, nonostante le restrizioni e, per aiutare le persone che amo, ho inventato “sfide” sportive (da condividere grazie ad un’app) che alimentano la motivazione a stare nel verde, organizzare al meglio la giornata, avere uno scopo, prendersi cura di sé.

Un amico che purtroppo è stato colpito da una malattia degenerativa, che lo paralizzerà per sempre, mi ha detto: “Ogni giorno penso a quel poco che posso ancora fare, piuttosto che a tutto quello che sto perdendo”.

E per me è un grande esempio, perché se nella nostra vita possiamo ancora muoverci, non importa andare in montagna o al mare.
Possiamo anche camminare al parco vicino a casa.

Questo è il concetto: usare il pensiero creativo per trovare soluzioni che ci facciano stare bene, pur nella difficoltà.

E allora prendiamo esempio anche dai ragazzi, che hanno organizzato party virtuali, aperitivi a distanza, incontri all’aria aperta…

Siamo noi a scegliere come reagire.
Perciò domandiamoci: “Che cosa vogliamo?”.
Crogiolarci nelle nostre emozioni negative o reagire e trovare nuovi modi per coltivare un po’ di serenità?

Quando essere assertivi non porta al risultato… Ecco cosa fare!

Spiego sempre ai miei coachee (clienti) quanto sia importante sviluppare una buona assertività, per saper dire di no e far valere i propri diritti e bisogni.
Essere capaci di farlo, cambia la vita e permette di avere maggiore autostima.
E non c’è un limite di età per diventare assertivi: i fortunati lo imparano da ragazzi, mentre gli over 40 ci arrivano con qualche sforzo in più.
Ma, per esperienza, posso dire che è un obiettivo raggiungibile, se ben guidati a farlo.

Quindi… se impariamo a essere assertivi abbiamo risolto tutti i nostri problemi… O no?

Antonella ne era convinta e ha faticato parecchio per diventarlo.
Poi, un giorno, nell’appartamento sopra il suo si è trasferita una giovane e chiassosa coppia con un bambino piccolo e un cane di taglia media. La sua tranquillità e serenità sono scomparse, perché la famigliola era indifferente alle più elementari norme di convivenza civile e quindi non c’era più pace.

Cosa fare, se non usare tutta l’assertività di cui era capace?

Mi spiegava di averle provate tutte: prima il dialogo diplomatico, poi una esplicita richiesta di “attenzione e comprensione” nei suoi confronti, per arrivare a una lettera attraverso l’amministratore, ecc.
Risultato? Nessuno!
Se non uno stato di esasperazione, con sentimenti che variavano dalla rabbia alla frustrazione.

Cosa ci insegna questo?

Che l’assertività non porta ad alcun risultato se si scontra con il menefreghismo dell’altro.
Possiamo essere capaci di far presente il disagio che ci procura l’altra persona col suo comportamento irrispettoso ed egoista, ma se l’altro è assolutamente sordo e indifferente alle nostre richieste, non risolveremo nulla.

Questo non vuol dire aver sprecato tempo ed energie.
Chi è assertivo ha indubbiamente una marcia in più, perché “combatte” e non subisce in silenzio.
Non si comporta da vittima, ma agisce per ottenere ciò che desidera.

Esiste, tuttavia, un limite: l’altra persona (con le scelte che fa, i comportamenti che assume, ecc).

E allora cosa possiamo fare?
Certamente non passare il tempo a lamentarci, sebbene a ragione.

Meglio concentrarci sul trovare soluzioni che dipendano “solo” da noi, che portino al nostro benessere, qualunque esso sia.

Decisioni da prendere con lucidità e rispetto del nostro modo di essere: dal mettersi i tappi nelle orecchie per sopportare i rumori molesti, alla scelta di rivolgersi ad un avvocato, fino alla decisione drastica di cambiare casa.

Le scelte sono soggettive, ma ci permettono di non subire.
E questo, chi è assertivo, lo sa!