“Il Coaching mi ha aperto gli occhi e io ho scelto di restare dov’ero”.

Da anni vivevo come “sospesa”. Prendere o no una decisione? Ero sempre incerta.
Sposata da 25 anni e madre di due figli ormai grandi, ero scontenta del mio matrimonio e vivevo sempre inquieta, insoddisfatta.
Un giorno dicevo: “Basta, devo fare qualcosa!” e il giorno dopo: “Vabbè, ci penserò più avanti!”. Intanto il tempo passava, senza che cambiasse nulla.

Rivolgermi a Laura è stata una conquista!
Al nostro primo incontro ho pianto e lei mi ha fatta sentire così accolta da capire che era la persona giusta.

Abbiamo iniziato le sessioni, ma definire il mio obiettivo è stato difficile.
Volevo “essere felice”, ma non sapevo come.

Laura mi ha guidata con domande che ogni volta mi spingevano a fare chiarezza dentro di me.
Erano così profonde che finivo per pensarci per giorni.
Però, grazie a quelle, ho capito che sarei stata felice vivendo da sola, senza mio marito, continuando a occuparmi dei miei figli, anche se ormai adulti.

Non era la mia Coach a suggerirmelo. Lei non mi ha mai detto cosa fare: poneva le domande giuste e… le mie risposte venivano a galla.

La soluzione, quindi, sarebbe stata separarmi da mio marito e riprendere la mia vita in mano, ma alla fine ho fatto una scelta diversa.

Non me la sono sentita di affrontare i passi della separazione.
Lo so, non mi fa onore, ma non volevo uscire dalla mia “zona di comfort”.
Non era per le spese legali né per i miei figli (tanto avevano capito come stavano le cose).
Diciamo che non ho avuto il coraggio di lasciare la mia vecchia vita o forse non era il momento giusto, così ho “scelto” di restare dov’ero.

Per me non è un fallimento: il Coaching ha funzionato.
Avevo bisogno di fare chiarezza, di capire “come” tornare felice e ci sono riuscita. Il mio “restare lì” quindi è diventato una scelta, non il frutto di eterna indecisione.

E questo per me è un buon risultato.

Quando sarò pronta… chissà… farò quel passo.
Intanto… grazie Laura, per la pazienza, la disponibilità, la tua grande professionalità!

Marta G.

Impara a chiedere aiuto, se ti vuoi bene.

Nadia è una bella cinquantenne, cresciuta in una famiglia vecchio stampo, con due genitori che hanno cresciuto i figli senza aiuti e un padre che, nel lavoro, si è fatto tutto da sé.
Il mantra che lei ha ascoltato sin da piccola è “Chi fa da sé, fa per tre” e infatti non ha mai visto i suoi genitori chiedere aiuto a nessuno. E le rare volte in cui l’hanno fatto, si sono sdebitati immediatamente con un dono.

Questo l’ha spinta a fare altrettanto, con grandi sacrifici e molte frustrazioni, caricandosi sempre più pesi e rifiutando l’aiuto di chi glielo offriva, col risultato di apparire orgogliosa, forse anche un po’ superba.
Tutti la vedono indipendente, autonoma, forte… Così deducono che non abbia né gradisca l’aiuto di nessuno e lei ne soffre.

Ci sono tante persone come Nadia, “bloccate” nel chiedere o incerte sul farlo per non sembrare invadenti o inopportune.

La verità, però, è che tutti abbiamo bisogno di sostegno, che sia concreto o psicologico.

Saper chiedere ci rende “umani” agli occhi degli altri. Non farlo, ci fa apparire come supereroi (anche se non lo siamo) e nessuno ama avere a che fare con un supereroe, perché fa sentire inadeguati.

Ma come “chiedere”?

Ovviamente, prima di farlo, valutare la possibilità di fare da sé, se non altro per evitare di approfittarci dell’altro.

Importante è aver chiaro ciò di cui abbiamo bisogno ed esprimerlo con semplicità: scegliere il momento adatto e le parole giuste.
Fare la nostra richiesta con tono spontaneo e frasi sincere.

Non dobbiamo temere di essere giudicati o rifiutati.

Lo scopo è chiedere aiuto, non essere certi che ci verrà accordato.

Perciò non dobbiamo nascondere di essere in difficoltà: non si tratta di fare le vittime, di piangersi addosso, ma di chiedere consiglio o aiuto in qualcosa che non siamo in grado di fare da soli.

Una volta ricevuto l’aiuto, poi, non sdebitiamoci subito, come a dire “Ecco, non ti devo più nulla! Con te ho chiuso!”, ma

ringraziamo con qualcosa di simbolico: un fiore, un bel biglietto di gratitudine, parole di ringraziamento sincere.

Tanto è scontato che, se siamo persone che chiedono poco, saremo grate e disponibili a ricambiare quando l’altro avrà bisogno.

Non temere di sentirti “disorientata”: è l’inizio della svolta!

A chi non è mai successo di subire il continuo chiasso del vicino di casa o l’arroganza di un collega, di un superiore, oppure la maleducazione e la scortesia degli altri?

Se siamo persone gentili, è difficile immaginare e anticipare i comportamenti scorretti degli altri, perciò finiamo per subirli. E chi si fa coraggio e prova a farli presente… spesso non ottiene alcun successo, perché le persone scorrette non cambiano e non gliene importa nulla del disagio che creano agli altri.

Durante la Scuola di Coaching, ricordo una simulazione apparentemente banale, che però si era rivelata più complicata di altre: un’allieva, donna adulta e manager di una grande azienda, aveva esposto un problema che non riusciva a risolvere, ovvero le sgarberie di un vicino di casa.
Essendo una donna diplomatica, aveva provato a dialogare col vicino, ma aveva ottenuto solo risposte maleducate.

Be’, non sto a dirvi quanto sia stata dura per il Coach (un corsista) guidarla alle risposte giuste!

Forse vi sembrerà strano che una manager non riuscisse a risolvere un simile problema, ma

sta di fatto che quando si è immersi da tempo in una situazione che ci crea disagio, si perde lucidità e si vive immersi in una “bolla” fatta di rabbia, senso di ingiustizia e di impotenza. Per uscirne ci serve qualcuno che ci guidi alla soluzione migliore per noi.

Possiamo rivolgerci ad un familiare, ma rischiamo che ci dia consigli ed esprima giudizi, alimentando così la nostra rabbia o frustrazione.
Meglio rivolgerci ad un Life Coach, capace di farci le domande giuste e portarci alle soluzioni ottimali per noi.

Serve arrivare rapidamente a stare meglio, a vedere che qualcosa cambia, ma senza dover fare qualcosa che ci metta ansia.

Se siamo poco assertivi, è inutile che ci spingano ad affrontare verbalmente l’altra persona.
Se perdiamo facilmente il controllo, meglio non avere di fronte chi ci procura disagio.
Insomma… bisogna essere guidati nel migliore dei modi, altrimenti facciamo più danno che altro.

Ci sono poi alcuni di noi che finiscono per crogiolarsi nel loro vittimismo: “Eh, sono proprio sfigato! Proprio a me doveva capitare un vicino incivile!”, “Eh, sai come mi pesa dover lavorare con tizio?!”.

Questo accade perché abbiamo la percezione di non avere alternative: siamo appunto disorientati, perché quello che abbiamo fatto, non funziona.
E così smettiamo di affrontare il problema e ci adattiamo a “sopravvivere”.

Ma è vita?

Più ci concentriamo sul disagio che proviamo e più lontana diventa la soluzione.
Ci sentiamo come fossimo immersi nel mare, fermi, cercando con gli occhi la riva che non appare da nessuna parte. Che brutta sensazione!

Però è proprio quando ci sentiamo così che alcuni di noi dicono: “Basta! Non ce la faccio più!” e cercano aiuto.

Se non si sentissero disorientati, persi, non lo cercherebbero.
Ecco perché sentirsi disorientati è positivo!
Non dobbiamo temere questa sensazione: non è la fine di tutto, ma l’inizio della soluzione.

Formula un obiettivo che sia davvero importante per te.

L’anno nuovo è arrivato e, come tutti gli anni, abbiamo espresso il desiderio di cambiare qualcosa.

Magari ci siamo anche attenuti alla buona pratica di concentrarci solo su un obiettivo, uno soltanto.
E l’abbiamo formulato correttamente… Vi faccio un esempio:
“Voglio rimettermi in forma perché così piacerò di più al mio partner o perché così tutti mi noteranno”.

E allora com’è che poi non raggiungiamo l’obiettivo?

Semplice: se cerchiamo di cambiare per compiacere o impressionare gli altri, non funziona, perché non nasce dalla nostra convinzione.

Possiamo tenere duro per un po’, ma poi abbandoneremo l’impresa, sentendoci pure frustrati.

La vera motivazione, invece, nasce da una nostra reale e profonda necessità.
Quando non sopportiamo più qualcosa o qualcuno, allora siamo pronti ad agire. È il momento giusto!

Quando diciamo dal profondo: “Non sopporto più di continuare così!”, beh, siamo pronti a cambiare.

Non devono dircelo gli altri.
Dobbiamo sentirlo dentro di noi. Solo così affronteremo tutto ciò che serve per cambiare davvero.
E solo così arriveremo al risultato che vogliamo!

Il 2020 che finisce… è davvero tutto da buttare?

Il 2020 sta per scomparire, ma di lui parleranno i libri di storia.
Tutti non vedono l’ora che si chiuda, ricordando tutto il male che ha provocato: morti, ospedali al collasso, economia in ginocchio, perdita del lavoro, paura e lacrime.
Ha stravolto anche la nostra vita, togliendoci quelle certezze che davamo per scontate, come frequentare la scuola in presenza.

Ci ha tolto quei gesti spontanei che caratterizzavano il nostro essere umani, come le strette di mano, gli abbracci, i baci.
Ci ha tolto persino la possibilità di mostrare le nostre emozioni attraverso le espressioni del viso.
E abbiamo smesso di vedere sorrisi e risate, con l’uso della mascherina.

Ci siamo divisi in negazionisti, complottisti e non. E ci siamo scagliati gli uni contro gli altri.

Abbiamo scandito le nostre giornate sulla base dei dpcm a cadenza quindicinale.
Ci siamo sentiti confusi, spaventati, persi.

Abbiamo imparato a rispettare le regole per proteggerci e per proteggere le persone che amiamo, come i nonni o i genitori anziani.
Abbiamo accettato, sconvolti, di fare ore di coda per comprare cibo o medicine.
E durante il lockdown abbiamo trasformato le nostre case in uffici, aule scolastiche, palestre e panetterie.

La tecnologia, che spesso avevamo criticato aspramente, ci ha permesso di restare in contatto, di “vederci” attraverso uno schermo, di pranzare insieme seppure a distanza.

È ormai un anno che viviamo così e a volte ho quasi paura di dimenticarmi com’era la vita prima del Covid-19.

Molti infatti, perdendo la speranza, sono caduti in depressione, mentre altri hanno sviluppato paure e sindromi che impediscono loro di vivere a colori.

Un anno quindi da cancellare, da dimenticare, da sotterrare… o forse no, perché ci ha scossi così tanto dal nostro torpore, dal nostro dare tutto per scontato, acquisito, certo, da rimettere in discussione la scala dei nostri valori.

La Vita e la salute sono tornate al primo posto. Così come la famiglia e gli affetti.

Famiglie che si incontravano a mala pena la sera, a cena, si sono ritrovate a mangiare insieme, guardandosi negli occhi. Non più pasti veloci per poi uscire o badare ai propri impegni.

Il tempo si è dilatato. L’abbiamo dovuto riempire.
E allora abbiamo riscoperto la bellezza di stare insieme.

La casa, da carcere, è diventata “nido”: un luogo sicuro e pieno di calore.
Abbiamo visto genitori e figli sui balconi, cantare insieme e appendere messaggi di incoraggiamento, ma anche cucinare e fare ginnastica insieme.

Una condivisione impensabile, senza il Covid-19.

E allora non è un anno da buttare via.
Ci ha dimostrato che gli affetti sono la vera ricchezza; che i figli sono impegnativi, ma stare con loro dà gioia; che i genitori sono un punto di riferimento importante e che i nonni mancano, quando non si possono incontrare.

Gli studenti hanno scoperto di apprezzare così tanto la scuola in presenza, da sentirsi tristi e demotivati, senza.
Ciascuno di noi, poi, si è potuto “guardare dentro”, facendosi domande che mai si sarebbe posto se avesse continuato a correre, dividendosi tra lavoro e impegni vari.

Abbiamo rivalutato certe amicizie e deciso di cancellarne altre, perché superficiali e false.
Abbiamo avuto tempo per guardare negli occhi il nostro partner e ricordarci perché l’abbiamo scelto, apprezzandone il sostegno e le qualità.

Sì, lo so, non per tutti è stato così… Ma siamo così abituati a cogliere il peggio che c’è, da scordarci ciò che di positivo può regalarci un anno…
Eh, sì, anche un anno come questo.

Buon 2021!

Le emozioni negative non devono impedirci di proseguire dritto verso l’obiettivo.

Oggi vi parlo di un argomento a me caro, poiché legato a “obiettivi e risultati”.
Credo che a tutti nella vita sia capitato di stabilire un obiettivo, perseguirlo per un po’ di tempo e poi abbandonarlo sulla scia di emozioni negative.

Mi ricordo, ad esempio, di un’amica che aveva iniziato una dieta, ponendosi un obiettivo decisamente sfidante, che prevedeva almeno sei/nove mesi di impegno.
Si era rivolta ad una nutrizionista che conosco e che stimo per la grande professionalità e disponibilità.
Be’, era riuscita a superare i mesi più difficili e si diceva molto soddisfatta.

Poi, nel giro di una settimana, ha accumulato stress legato a liti, discussioni e battibecchi con l’ex marito e… ha perso lucidità (e controllo), facendo esattamente ciò che la nutrizionista le aveva detto di evitare.
A quel punto ha attribuito la “colpa” alla nutrizionista e ha abbandonato le prescrizioni per rivolgersi a un nuovo dietologo che le ha promesso miracoli… Sto ancora aspettando di vederli.

E diciamocelo, ce ne sono tantissimi di esempi come questo:

  • Andare dal medico per guarire da un disturbo e smettere la cura “perché non funziona nei tempi che vogliamo noi”;
  • Iscriversi ad un corso di ballo e cambiare più scuole e maestri perché manca il risultato (che arriverebbe se fossimo più costanti e determinati);
  • Cambiare scuola, perché i bei voti tardano ad arrivare (quando magari è lo studio che manca)…

Se avete notato, in questi esempi la “colpa” viene sempre attribuita a qualcuno “fuori da sé”, come a dire: “Io non c’entro, sono perfetto così! E’ l’altro che non è abbastanza bravo o capace!”.

Proviamo allora ad essere sinceri con noi stessi e a domandarci:

“Ho davvero fatto tutto quello che mi è stato indicato per arrivare al risultato che voglio? Oppure ho fatto qualcosa che proprio non dovevo, per cui mi sono demoralizzato e infine ho scelto di lasciar perdere?”.

Bisogna essere onesti con se stessi, tanto più se si tratta di obiettivi delicati, come quelli legati alla relazione con gli altri, magari coi figli o col partner.
Ecco il motivo per cui gli psicologi dicono che non si possa interrompere un percorso così all’improvviso.
Perché

una lite, una discussione o uno scontro possono sì far provare emozioni negative molto intense, ma non devono farci deviare dal nostro percorso, altrimenti tutta la strada percorsa fin lì viene dimenticata.

Bisogna restare lucidi, invece.
Capire che, sebbene terribile, quel diverbio ha avuto un inizio (che noi abbiamo permesso) e una fine. Stop!
Significa che potremo lavorare su quanto accaduto e andare oltre, continuando a seguire la strada che abbiamo tracciato insieme al professionista che abbiamo scelto per la sua serietà e al quale ci siamo affidati con grande fiducia.

Donne, criticare il partner con le amiche non fa bene a voi e nemmeno alla coppia.

Quante di noi, tra donne, non hanno mai ridicolizzato il partner perché non sa mai dove si trovano le cose in casa? Perché non ricorda ciò che gli abbiamo detto due minuti prima? Perché sembra non essere autonomo…?

Ieri ero in un negozio di parrucchiera quando è entrata una donna che conosco di vista: nonna di due bambini a cui bada, età – immagino – 65 anni… magari qualcuno di più, ma molto attiva: spesso alla guida della sua auto o in bici. So chi è il marito, ma li ho visti di rado insieme. Lei arcigna e lui educato e sorridente.

Ad un certo punto, la donna attacca con delle critiche feroci sull’universo maschile.
La parrucchiera ed io inizialmente ridacchiamo più per un senso di solidarietà femminile che per i concetti espressi, ma poi la situazione si fa imbarazzante.

La signora – con tono duro e aria seccata – esclama: “Ah! Per carità! Noi sì siamo autonome, ma loro?! Non sanno neanche trovare i calzini nei loro cassetti! Diciamo la verità: a cosa servono? Sì, vabbè, a fare figli e un po’ di sesso, ma se una donna lavora e non vuole figli… che se ne fa di un marito?!”.

Ero basita.
Basita e a disagio. Niente più sorrisi né risatine. Altro che solidarietà femminile!
Spero che quello della signora sia stato uno sfogo… anche se non ne sono molto convinta.

Ripensando alla feroce osservazione mi domando: Qual è lo scopo?

Sminuire il marito? Calpestare tutti gli uomini? Gridare la sua frustrazione nei confronti del matrimonio? Ribadire in modo femminista la superiorità delle donne?

Qualunque sia il motivo, al suo matrimonio non farà certo bene, perché esprimere critiche così pesanti (senza dubbio riferite al marito) non aiuta la relazione: la uccide.

Ci sono donne, infatti, che si aspettano che la vita di coppia implichi automaticamente la complicità col partner. Credono sia una cosa naturale, ovvia, spontanea. Invece non è così.
La complicità va costruita giorno dopo giorno attraverso l’ascolto attento, la condivisione, l’incontro, il guardarsi e lo stare bene insieme. Non si tratta di idillio, ma di partecipazione, intimità, persino gioco.

La critica separa e allontana dalla complicità.

Criticare l’altro aspramente perché non fa, non dice, non soddisfa le nostre aspettative non lo farà migliorare, ma soltanto allontanare.
Far notare all’altro in malo modo che “non ci arriva”, non lo farà cambiare, ma gli comunicherà tutta la nostra disistima.

Perciò… se qualcosa non ci va bene, se desideriamo tanto che l’altro modifichi un suo comportamento, CHIEDIAMOGLIELO.
Consiglio frasi che comincino così: “Avrei bisogno / necessità…”, “Mi farebbe piacere che tu…”.

Nessun partner è perfetto, neanche il nostro, ma criticarlo con le amiche non solo rende vulnerabile la coppia, ma è anche una mancanza di rispetto.

Se abbiamo scelto di vivere in coppia, allora dobbiamo proteggerla e difenderla: solo così potremo rinnovare quell’energia necessaria a rigenerarla.

La quarantena è finita, ma il tuo umore è peggio di prima? Ecco come uscirne!

L’estate è cominciata e le immagini dei carri militari che trasportavano bare sembrano dimenticate. La gente ha ricominciato ad uscire, a frequentare gli amici, i bar, i ristoranti. Tutto sembra tornato (quasi) come prima… E lo stato d’animo positivo con cui molte persone hanno ben affrontato l’isolamento, pare tornato negativo.

Eh, sì, perché non tutti si sono sentiti depressi nel dover rimanere per forza in casa. Ci sono infatti quelli che, senza esserne consapevoli, ci hanno persino guadagnato in termini di umore e hanno usato il tempo nel modo migliore, dedicandosi a lavori e attività di cui sono capaci e che hanno regalato loro soddisfazione e benessere.

Se ci pensate non è poi tanto strano.
Faccio un esempio: se mi trovassi sola in un periodo della vita, senza partner né amici, “essere obbligata” all’isolamento e sapere che nessuno può uscire a divertirsi… beh, potrebbe persino essere consolante. Stessa cosa se conducessi una vita estremamente stressante a causa del lavoro e ogni week-end mi trovassi così stanca da non avere nemmeno l’energia per uscire e distrarmi.

I conti sono presto fatti: durante la quarantena, sui social niente più foto di aperitivi, balli scatenati, paesaggi mozzafiato e cenette romantiche. Tutti chiusi in casa a postare foto dei piatti cucinati o a condividere video divertenti per tenere alto il morale.

Ma adesso…?

Ora che la vita torna a scorrere, i social si riempiono di miliardi di selfie: chi è in spiaggia, chi brinda con gli amici, chi gira in moto con la persona amata, chi organizza grigliate e chi cena a lume di candela col partner. Insomma… tutti sembrano felici e appagati…
Tranne chi era solo durante il Covid-19 e solo si ritrova.

Queste persone, purtroppo, ripiombano nella loro quotidianità pre-Covid, ovvero a quando si sentivano abbattute, tristi, in ansia per non avere quello che hanno gli altri (amici, partner, week-end speciali).
E “credono” alla felicità che gli altri postano sui social, trascorrendo tempo a sfogliare gli album altrui e convincendosi che loro una vita così non ce l’avranno mai!

Se solo sapessero quanta finzione c’è in molte di quelle foto!

Come certe coppie ritratte in mezzo agli amici, perché da sole non saprebbero cosa dirsi… O sorrisi che mascherano una enorme tristezza, un amore finito da tempo o un senso di vuoto incolmabile…Ma chi sente di nuovo l’enorme peso della solitudine, a questo non pensa. Vede tutto il negativo che c’è nella propria vita e tutto il (falso?) positivo nella vita degli altri e… sta male.

E allora?

Allora sarebbe meglio darsi un sano obiettivo, ovvero quello di non seguire più i profili degli pseudo-amici di FB per un po’.
Magari dargli un’occhiata solo una volta o due alla settimana e spendere il tempo per dedicarsi a qualcosa che piace e che non si poteva fare prima a causa della quarantena.

Prendere consapevolezza del fatto che molte persone vivono solo “in vetrina” e che la felicità che mostrano è spesso apparente.

E se si è soli, al posto di considerarla una sfortuna o una tragedia, guardare alle mille opportunità che si possono cogliere, se si è disposti a mettersi in gioco. Perché essere liberi da legami permette di fare scelte che vanno incontro ai propri reali bisogni.

Perciò… ci si può iscrivere, ad esempio, a un gruppo che ama la fotografia e organizza uscite all’aperto o decidere di aggregarsi a gruppi che usano le ferie per fare il cammino di Santiago o la Via Francigena o ancora frequentare un corso di vela dove fare nuove amicizie.

Qualsiasi cosa va bene, purché trasmetta il piacere di vivere ai propri ritmi, seguendo i propri bisogni e desideri, senza essere frenati, ostacolati o condizionati da nessuno.

I “vampiri dell’anima” esistono!

Cosa succede quando una donna si innamora di un narcisista? Di un uomo che si mette con lei, la fa a pezzi, la lascia e infine torna a tormentarla? Sembra un film dell’orrore, vero?
Io però ne ho conosciute di ragazze e donne così: le ho viste soffrire, dubitare di sé, delle proprie capacità, fino a perdere se stesse, la propria autostima, i propri sogni e obiettivi.
Hanno amato un “mostro”, ma grazie a Dio ne sono uscite, anche se con grande fatica e tanto impegno. La mia lettera, quindi, è per loro e per tutte quelle che – senza accorgersene – stanno vivendo a fianco di un manipolatore.

Cara Amica,
quando l’hai incontrato non l’hai riconosciuto…
D’altra parte chi riconoscerebbe subito un narcisista? Un uomo che ti lusinga, che ti fa sentire speciale, unica. Un uomo che ti dice di non aver mai provato un amore simile prima. Dolce, affettuoso, pieno di attenzioni…
Tu non l’hai riconosciuto, ma lui sì: ti ha cercata, stanata come una preda.
Ha fiutato subito il tuo bisogno d’amore, le tue ferite del passato, le tue fragilità e il desiderio di non essere più sola.
Ti ha fatto credere che ti avrebbe amata nonostante la tua vulnerabilità, anzi, che ti avrebbe “salvata” da una vita triste e vuota. E tu hai scambiato tutto questo per amore e ti sei fidata e affidata.

Oh, se tu fossi stata meno affamata di amore e attenzioni, forse gli avresti tolto subito quella maschera da impostore!
Ma lui era l’uomo che avevi tanto atteso, così perfetto e innamorato.

Sei stata generosa con lui, sempre presente, disponibile: gli hai donato un amore incondizionato.
E lui era così affascinante: sicuro di sé, deciso, ma anche tenero. Cosa volere di più?

Solo che è bastato poco perché lui cominciasse a sottolineare i tuoi difetti, le tue mancanze, il tuo non essere mai abbastanza. Prima una stilettata con una frase pungente e poi una carezza con una frase affettuosa… fino a confonderti: dottor Jekyll e Mr. Hyde!
E così hai messo in dubbio te stessa
e la realtà che avevi sotto agli occhi.
E hai cominciato a vivere sull’altalena: un giorno su, se era carino con te, e uno giù, quando ti criticava severamente.

Un amore a intermittenza… O meglio, un NON amore, ma tu di questo non potevi renderti conto perché il narcisista ha mille maschere ed è un abile manipolatore: sa come tenerti in pugno, come fare perché tu dipenda da lui, sempre, anche se soffri.

E quando hai timidamente tentato di reagire, ti ha fatta sentire in colpa, come fossi quella che “vuole rovinare tutto”, perché quello che gli davi non era mai abbastanza: tu non eri mai abbastanza. Lui invece stava sul piedistallo, convinto di essere il migliore, quello che non sbaglia mai.

Ti ha fatto credere di poter fare a meno di te, ti ha instillato la paura di perderlo. E tu, che lo amavi, gli hai creduto e ti sei aggrappata a lui ancora di più.

Poi si è stancato e ti ha lasciata per davvero.
Verrebbe da dire che hai vinto un terno al lotto! Ma so che tu non l’hai presa così.
Prima di andarsene, ti ha rovesciato addosso tutto ciò che di più cattivo e immeritato si possa ascoltare. Tu, l’unica colpevole, l’unica causa di questo suo abbandono. Tu, così inadeguata, da non essere riuscita neanche a tenertelo stretto!

Voglio dirti che non è così, che tu non hai alcuna colpa e che questa rottura – per te – è una vera fortuna, perché – se lo vuoi – ti dà la possibilità di ricostruirti, di ritrovare quella che eri, con tutte le tue meravigliose qualità: quei punti di forza che non sapevi né sai di avere.

Lui se n’è andato, ma non ti ha comunque lasciata in pace. Ha cercato di tenerti agganciata, inviandoti messaggi con frasi ambigue, di (finto) affetto, di (falsa) comprensione e preoccupazione.
Ma quando hai scelto di non rispondere, lui ti ha ferita con le solite frasi cattive, perché nessun carnefice accetta di perdere la sua vittima!

La verità è che hai fatto la cosa migliore a evitare qualsiasi contatto con lui: non puoi correre il rischio di una ricaduta!
Anche perché il tuo narcisista non ti ama, non cambia e non cambierà mai. Se ritorna è solo per affermare il suo dominio, per dimostrare a se stesso che sei un suo possesso, come tu fossi un oggetto.

Perciò, in attesa che gli squarci del tuo cuore cicatrizzino, FOCALIZZATI SU DI TE e prenditi cura della persona che sei: ricordi che cosa ti piaceva fare prima di incontrarlo? Che sia un hobby, un nuovo interesse, una passione trascurata o abbandonata da anni… Basta che ti renda felice e ti faccia assaporare di nuovo il gusto della vita.
L’amore per te stessa, per un animale, per gli amici è un toccasana! Così come viaggiare, leggere un buon libro, goderti un buon film.

Non cercare un nuovo compagno: non fino a che non ti sarai ricostruita del tutto. Non finché avrai la certezza di “bastare a te stessa”.
Solo così non rischierai di cadere ancora vittima di un “vampiro dell’anima”.

Uscirne è dura, ma – vedrai – è possibile!

Non festeggiare San Valentino se…

San Valentino è la festa di “chi è innamorato”.
Per questo ho pensato di sintetizzare il pensiero di alcuni illustri studiosi che parlano di amore “vero”, in modo da chiarirci le idee e valutare se festeggiarlo o meno.

Ecco 15 VALIDI MOTIVI per “NON FESTEGGIARLO”:

1) Perché credi di essere innamorata, ma non lo sei.
Infatti, provi una forte attrazione e pensi continuamente al partner, ma dopo aver provato per un po’ queste emozioni, perdi di interesse per lui.

2) Perché quando ti chiedono se sei “innamorata” del partner, rispondi elencando tutte le sue straordinarie qualità, ma non ti viene in mente di dire che cosa provi TU per lui.

3) Perché del partner vedi SOLO le mille qualità e quando, improvvisamente, compaiono i difetti, ti senti ingannata, tradita.
In realtà hai fatto tutto da sola.

4) Perché, sebbene tu ti senta “sulle nuvole”, non hai un PROGETTO COMUNE che ti leghi a lui.

5) Perché, anche se è trascorso molto tempo e dici di stare bene con l’attuale partner, in realtà NON hai sotterrato il passato e continui a soffrire per il tuo ex.

6) Perché hai una paura folle del futuro (invece chi è innamorato veramente non ce l’ha).

7) Perché non riesci ad avere piena fiducia nel tuo partner, ad abbandonarti e affidarti a lui.

8) Perché non senti l’importanza di essere “vera”, autentica e trasparente con il tuo partner.

9) Perché tra te e il tuo partner NON c’è l’apprezzamento (reciproco) di essere unici, straordinari e insostituibili per l’altro.

10) Perché NON ti senti accettata per ciò che sei e quindi cerchi di diventare ciò che il partner vorrebbe.

11) Perché con il tuo partner ci sono sempre continui SCONTRI. Una sorta di vita senza felicità “vera”. Un semplice “tirare avanti”.

12) Perché stai ormai facendo la CONTABILITÁ del dare e avere: “Io ti ho dato e tu no”.

13) Perché non senti il desiderio di chiedere spesso al tuo partner “Che cosa pensi?”
(chi è innamorato, invece, vuole sapere dell’altro, della sua vita, dei suoi pensieri nascosti).

14) Perché quando il partner ha dei problemi NON ti senti coinvolta, perciò gli dici: “Ti amo, ma risolvi prima i tuoi problemi e poi torna da me” (se sei innamorata, invece, i problemi del partner diventano spontaneamente anche i tuoi, da risolvere insieme).

15) Perché dici di amare il tuo partner, ma non lo porti con te nella tua vita: lo tieni separato dal tuo lavoro, dai tuoi amici, dai tuoi progetti per il futuro.
Continui la tua vita, senza modificare nulla, conservando sempre i tuoi rapporti (dai quali il partner viene escluso), mentre lui deve stare alle tue regole, sempre in attesa.

Se ti ritrovi in molti di questi punti NON sei innamorata (oppure non lo è il tuo partner di te).
Perciò a che serve “festeggiare”?