Ragazzi, cambiate il Mondo!

Cambiare il Mondo si può?

Il Mahatma Gandhi, tanto tempo fa, ha detto: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.

E lui la sapeva lunga su come cambiare il mondo, visto che è riuscito a liberare la sua India dagli inglesi senza armi né eserciti.

Ma perché mai voi giovani dovreste cambiare il mondo?

Beh, perché magari non vi piace così com’è e in fondo dovrete viverci a lungo.
Meglio essere attivi, quindi, che stare a guardare o ad aspettare che qualcosa cambi. In fondo avete l’energia per farlo.

“Eh, già, come posso cambiare il mondo” dirà qualcuno “sono solo un ragazzino!”.

Vero, ma il tuo mondo qual è?
Prova a pensarci un attimo.
Non è forse la scuola, gli amici e la famiglia? Ok, mettiamoci anche lo sport, la musica…

Allora, prova a riflettere: che cosa vorresti cambiare di questo tuo mondo?

Devi concentrarti sui tuoi bisogni, sulle cose che per te hanno un gran valore, perché ciascuno ha bisogni diversi.

Ad esempio, c’è chi ha bisogno di essere ascoltato senza essere giudicato, chi vuole essere bene accolto nel gruppo classe…

Per tutti c’è poi un ordine di importanza.
I bisogni sono tanti, è vero, ma poi devi metterli in ordine, da quello che per te è più importante fino a quello meno.

La maggior parte dei ragazzi che ho ascoltato ha messo al primo posto “essere rispettato”, cioè “non preso in giro, accettato per come sono, accolto e ben voluto”.

Tutti bisogni che portano a “vivere sereno”.

Bene, ragazzi, sapete che vi dico?

Che se questi sono anche i vostri bisogni, dovete AGIRE per ottenerli.
Non potete aspettare che se ne occupino gli altri al posto vostro.
Dovete lottare!

Come?

Prima di tutto pensate: “Cosa posso fare IO per rispettare, accettare gli altri?” e poi mettete in pratica la risposta che trovate.

Ad esempio, “smetto di ridere alle spalle di chi già viene preso in giro dagli altri” oppure “smetto di rispondere male ai miei familiari”.

Fate come dice Gandhi: cambiate per primi voi e il mondo cambierà di conseguenza.

 

 

*Articolo scritto da Laura Gazzola e pubblicato sulla Pagina dei Ragazzi del quotidiano “La Provincia di Como” nel febbraio 2018.

Vuoi comunicare il tuo disagio? Costruisci la frase perfetta!

Se chi si relaziona con noi è puntuale, attento e disponibile… tutto va bene: i nostri bisogni vengono ascoltati senza neanche esprimerli.
In questo caso è facile comunicare con l’altro, perché c’è perfetta armonia.

Ma cosa succede se chi deve collaborare con noi non ci ascolta?

Sicuramente ci sentiamo incompresi, arrabbiati, e viviamo un penoso malessere.
Sbraitare non serve a nulla, anzi! A volte fa più danno! E allora…

Come comunicare in modo positivo il nostro disappunto o disagio?

Come riuscire a stare calmi e a non rimuginarci sopra per il resto della giornata?
Come essere soddisfatti per aver fatto presente ciò che ci ha irritati?

Un modo pratico ed efficace c’è!

Mettiamo da parte l’impulsività e impariamo a “costruire” la frase da comunicare, mettendo insieme queste tre parti:

  • Quando tu fai così… (spiegare ciò che ci ha dato fastidio)
  • Io mi sento… (esprimere l’emozione provata)
  • Perché… (spiegare il motivo, la causa per cui ci siamo irritati)

Facciamo degli esempi:

La cena è pronta e l’avete appena servita in tavola. Chiamate vostro figlio, che è in stanza, e lui arriva con 10/15 minuti di ritardo. Al posto di fargli la solita ramanzina, siate molto fermi e brevi:

  • Quando tu arrivi in ritardo, dopo che ti ho chiamato più volte
  • io mi innervosisco
  • perché il cibo si fredda e soprattutto non mangiamo insieme nell’unico pasto che possiamo condividere.

Oppure:

La stanza di vostro figlio è terribilmente in disordine: vestiti sul letto, sulla sedia e per terra, zaino rovesciato e buttato in un angolo, libri e quaderni ovunque, scarpe spaiate in giro per la camera. Gli chiedete di riordinarla prima di sera, ma quando è l’ora di cena, vi accorgete che lui non l’ha fatto.

Al posto di iniettare i vostri occhi di sangue e attaccarlo con le peggiori frasi… respirate e limitatevi a:

  • Quando tu non riordini la tua stanza, dopo che te l’ho chiesto
  • io mi infurio e mi deprimo
  • perché mi fai sentire come una cameriera e per me è una mancanza di rispetto.

E se le scuse di vostro figlio vi sembrano poco sincere o credibili, aggiungete:

  • Quando mi rispondi così
  • mi innervosisco ancora di più
  • perché per me la sincerità è importante.

Ecco! Se strutturerete la frase in questo modo,

potrete spiegare con poche parole il vostro disagio e le vostre emozioni in modo che vengano comprese.

Non dico che sarà semplice, ma è una valida alternativa ai lunghi e inutili discorsi che poi nessuno ascolta, sia che si tratti di un figlio sia che si tratti di un collega, del partner, ecc.

Provateci e fatemi sapere!

Sei sicuro di non essere “dipendente” dallo smartphone? Meglio verificare!

Chi di voi non ha un cellulare, alzi la mano!
E di sicuro lo usate per chattare, guardare video, ascoltare musica, giocare…

Ma per quanto tempo al giorno?

Alcuni dodicenni di una scuola di Brescia hanno condotto una ricerca sull’uso dello smartphone e poi hanno realizzato un volantino con una serie di indicazioni utili a non ammalarsi.

Già, perché di cellulare ci si può ammalare e anche gravemente.

Pensate che i pediatri italiani vorrebbero vietare l’uso del cellulare ai bambini al di sotto dei 10 anni. Hanno spiegato, infatti, che

iniziare ad usare da piccoli il cellulare e farlo per un’ora intera al giorno, può portare a perdere concentrazione e memoria, a dormire poco e male, ad essere più aggressivi con gli altri e… ad apprendere di meno.

Ci sono poi ragazzi che, se non sono costantemente connessi, vengono assaliti da una paura incontrollata che li fa stare male.

Ecco, è una vera e propria “dipendenza”, ma loro non se ne rendono conto, finché… il loro corpo inizia a mandare dei segnali.

Sono sintomi di questa “malattia”, che si chiama “nomofobia”, e che si manifesta quando non si può usare lo smartphone per un certo periodo di tempo, perché non c’è il segnale o la batteria è scarica o è finito il credito.

Queste persone, ragazzi e adulti, allora iniziano a sentire il cuore accelerato, ad avere il fiato corto, a sentire nausea.
E’ una vera e propria ansia che li assale, fino a trasformarsi in attacco di panico.

Allora come possiamo fare per non cadere in questa trappola?

Usare il cellulare con intelligenza, cioè non portarcelo dappertutto: spegnerlo quando siamo a tavola con la famiglia e non usarlo quando siamo fuori con amici o a scuola o agli allenamenti.

Possiamo averlo con noi, ma capire quando è il caso di usarlo e quando no.

Se stiamo studiando o dobbiamo dormire, meglio spegnerlo; se vogliamo giocare, fermiamoci dopo mezz’ora.

Se non siete sicuri di riuscire a farlo, vuol dire che non siete “pronti” ad avere un cellulare. Pensateci!

 

 

*Articolo scritto da Laura Gazzola e pubblicato sulla Pagina dei Ragazzi del quotidiano “La Provincia di Como”  nel febbraio 2018.

Se “ci metti la faccia”… sei un leader positivo!

Oggi si sente tanto parlare di “leader” sia in campo professionale, che sportivo, politico, culturale.

Il leader è una persona che “guida” un gruppo e spesso il termine viene tradotto con “capo”, perché deriva dal verbo “to lead” che in inglese significa dirigere, guidare.

Ma “capo” e “leader” in realtà non sono proprio la stessa cosa.

Sul lavoro capita a tutti di sottostare a un capo, ma… di considerarlo un leader?

Conosco certi personaggi, che sono stati “capi” e per questo formalmente rispettati, ma che – una volta andati in pensione – sono stati ricordati solo per le loro pessime decisioni o per i loro comportamenti scorretti.

Possiamo considerarli, dunque, dei leader?

La Storia, d’altro canto, ci ricorda l’esistenza sia di leader negativi sia di positivi

Ma è solo di questi ultimi che voglio parlarvi oggi.

Diciamoci la verità: essere leader positivi non è “roba per tutti”.
Dipende da come si è, dai valori che si hanno, dagli scopi che ci si pongono e dall’autostima che si possiede.

Voi pensate di essere o di poter essere dei leader positivi?

Magari lo siete e non ve ne rendete conto, perciò mettetevi sotto la lente d’ingrandimento e vediamo quanti tra voi lo sono o lo possono diventare.

Al lavoro, a scuola, nello sport

un leader non è chi cerca di “influenzare” gli altri, dispensando loro consigli non richiesti e “vendendosi” come la persona più disponibile del mondo

(soprattutto coi nuovi arrivati) con il preciso, ma subdolo intento di crearsi alleati e “avere tutto sotto controllo” per poter avere ampi spazi di manovra nel realizzare ciò che desidera per sé.

Il vero leader non ha tempo per cose simili, né per invidie o gelosie o misere competizioni.
Brilla perché “ci mette la faccia” in tutto ciò che fa.

Se ne assume la responsabilità e non ha paura di dimostrarlo.

Quando qualcuno fa qualcosa che lo indispettisce, non gli punta il dito contro, ma chiede semplicemente chiarimenti mettendo da parte atteggiamenti accusatori, perché lo scopo è fare chiarezza.

Un leader positivo non “crea” problemi, li risolve e, sì, può anche sbagliare, ma non lo fa mai in malafede, perché il suo unico scopo è far funzionare al meglio le cose, impegnandosi in prima persona.

Il vero leader, infatti, si misura con se stesso, non gareggia con gli altri per dimostrare a tutti che lui è il più bravo e la sua squadra è la migliore.

Cerca invece di migliorare ogni giorno e far sì che il suo team possa crescere.

Il leader positivo quindi si rimbocca le maniche e coinvolge gli altri senza sfruttarli, guarda oltre le piccolezze e riflette su ciò che è meglio per tutti e non solo per sé.

Che dite?
Vi siete riconosciuti ?

Se vi siete resi conto di essere persone così, non nascondetevi!
Abbiamo così tanto bisogno di leader come voi!

Sei moderna o semplicemente volgare?

Oggi le nostre chiacchiere sono tutte al femminile.

Eh, già, perché ho notato che

molte femmine hanno confuso la “modernità” con la “volgarità”.

Vogliamo parlarne?

Ho giusto in mente alcune ragazze dagli undici anni in poi, vestite alla moda, carine, all’apparenza sicure di sé, che “maltrattano” i maschi con critiche feroci e con prese in giro che ferirebbero chiunque.

E gli adulti commentano: “Eh, sono le ragazze di oggi! Le ragazze moderne!”.
Beh, non sono d’accordo.

Essere “moderne” significa sì seguire le tendenze e i gusti del mondo presente, ma non c’entra col diventare volgari.

Non avete idea di come si comportino le ragazze volgari?

Be’, per esempio, si esprimono a parolacce, gridano, mangiano a bocca spalancata…
Ne ho viste alcune fare addirittura a gara di sputi!

Ok, ok, alcune di voi si saranno accorte che è una maschera, che queste “ragazzacce” non sono davvero come sembrano.

E avete ragione, perché le parolacce usate di continuo, in modo sfacciato, nascondono tutta la loro insicurezza nei rapporti con gli altri.

Vogliono farsi credere sicure di sé, mature… e invece appaiono tutt’altro.
Il fatto è che sono tanti gli elementi che poi fanno dire alle persone: “E’ una ragazza bella, ma volgare!”.

Pensate a quelle che si mettono le mani addosso come i maschi: che tirano coppini, fanno gli sgambetti e si spintonano.
Pensate a quelle sguaiate, che si siedono ovunque con le gambe divaricate e masticano la cicca a bocca aperta…

Sarebbe proprio sbagliato definirle “moderne”, perché

la modernità è sinonimo di originalità, ma in positivo.

Allora, se volete essere davvero “moderne”, cercate di comportarvi ed esprimervi in modo elegante, sensibile.

Non c’entra col vestirsi in modo classico e nemmeno con il modo di comportarsi che avevano le vostre nonne.

Essere volgari indica una mancanza di cultura, di finezza e di stile.

La vera originalità, quindi, sta nel riuscire ad essere “moderne” e al contempo fini, educate, capaci di buone maniere e di buone parole.

 

 

Articolo scritto da Laura Gazzola e pubblicato sulla Pagina dei Ragazzi del quotidiano “La Provincia di Como” il 30/01/2018.

“Le voglio bene, ma mi fa stare male!”… Come ne esco?

Durante una sessione di Life Coaching, una giovane donna – che mi sta raccontando di un’amica a lei cara – all’improvviso si ferma e con aria triste dice: “Le voglio bene, ma mi fa stare male!”.

Chissà a quanti di noi è capitato di pensare la stessa cosa nei confronti di un’amica, di un familiare, del partner.

Provare affetto per chi ci fa sentire scontate… come fossimo un accessorio, una seconda scelta.

Domandarci tutte le volte: “Chissà!, magari non ha fatto apposta a cancellare quel nostro impegno!” o “Ma perché non mi ha invitato?” o “Possibile che cambi sempre il programma che abbiamo fatto?”.

Non è questione di confidenza o legame di parentela. E’ che vogliamo bene a chi pensa sempre prima a sé e poi – molto poi – a noi.

Il fatto è che , quando ne diventiamo consapevoli, siamo di fronte a un dilemma: andare avanti così o prendere le distanze?

Rammento una persona a cui ero molto legata che faceva tutto a suo piacimento ed io dovevo sempre adattarmi. Volendole molto bene, la assecondavo, anzi, giustificavo il suo comportamento scorretto pensando che non facesse apposta! Era così! Era il suo carattere.

Però nel frattempo soffrivo…

Mi faceva stare male quando lei cancellava gli impegni che aveva preso con me; quando lei si organizzava a suo piacimento ed ero io a dovermi adeguare; quando lei mi rispondeva in modo sgarbato e io stavo zitta per evitare lo scontro.

La verità è che avevo paura di perderla, perché avevamo condiviso tanto in gioventù.

Com’è finita?

Dopo parecchi anni ho deciso di tagliare: uscire con lei e tornare a casa con qualche ferita era all’ordine del giorno e proprio non lo sopportavo più.

Non eravamo più due ragazzine e crescere significa ascoltarsi, guardarsi dentro e scegliere per il proprio bene.

Non è stato facile: pensavo che quel legame non si sarebbe mai spezzato…

Credevo che ci volessimo bene.

Ma l’affetto dev’essere reciproco e deve esprimersi sotto forma di rispetto, di comprensione, di disponibilità verso l’altra persona.

Quando una dà e l’altra prende e basta… è il momento di mettere in dubbio l’affetto dell’altra.

Se stiamo male, vuol dire che non siamo felici e che quella persona probabilmente non è poi così positiva per noi.

Perciò, se come la mia cliente vi ritrovate in una situazione simile, provate a rispondere a queste semplici domande:

  • Quanto ancora siete disposti a soffrire?
  • Mettendo sulla bilancia l’affetto che provate e quanto l’altra persona vi fa stare male, che cosa pesa di più?
  • Vi sta bene soffrire per colpa di un’altra persona?
  • Da zero a dieci, quanto vi fa soffrire? E quanto vi sentite ricambiati nell’affetto?

Se a tutte queste domande avete risposto in modo sincero, la verità può essere:

  • Che non avete altre persone con cui sostituire chi vi fa soffrire, per cui non siete disposti a prendere le distanze. Oppure,
  • che sia arrivato il momento di svoltare.

E quando dico “svoltare” non significa per forza “tagliare”.

Basterebbe che iniziaste a dire ciò che pensate, senza paura né dubbi.

Immaginate di trovarvi di fronte all’ennesimo cambiamento di programma da parte sua e di farglielo notare, con calma, ma in modo deciso e fermo: “Scusa, ma a me non sta bene, per questo e quest’altro motivo”.

Qualcuno penserà: “Eh, ma così per forza ci si scontra!”.

Non è detto! Anzi!

Se l’altra persona vi considera importanti e vi vuole bene quanto voi gliene volete, sarà disposta a venirvi incontro. Se invece si impunterà, farà muro contro muro… Be’ avrete la prova che cercate!

Prova il “diario magico” per essere felice!

Ragazzi, chi di voi ha mai scritto un “diario”?

Nessuno? Forse qualche ragazza, ma solo per un po’?

Bene, oggi vi parlo di una fantastica occasione per diventare ogni giorno più felici.
Il diario sarà il “mezzo” che useremo per far crescere la nostra felicità!

Ora vi spiego.

Intanto non ha nulla a che vedere col diario segreto e servono solo 5 minuti per compilarlo ogni giorno.

Prima di dire: “No, non ce la faccio!”, sperimentatelo per 5 giorni consecutivi.
Per compilarlo non dovrete stare a pensare troppo: prendete le risposte che vi arrivano subito e scrivetele.

Ma andiamo per gradi.

I momenti della giornata in cui dovrete scrivere saranno la mattina (appena svegli) e la sera (prima di andare a dormire).

Iniziamo dal “mattino”:

1) Sul vostro diario rispondete subito a una domanda:
“Quali sono le 3 cose per cui sono grato questa mattina?”.
Pensate alle piccole cose, quelle che vi vengono in mente subito, come ad esempio: “C’è il sole! Ho dormito bene! Ho un’intera giornata da vivere!”;

2) Ora pensate a “come” desiderate trascorrere la giornata, a quali attività svolgere prima di sera.
Riflettete e poi scrivete la risposta a questa domanda:
“Quali sono le 3 attività che faranno di oggi una giornata fantastica?”.
Scegliete delle attività che vi facciano stare bene e che vi aiutino a crescere.
Iniziate, ad esempio, ad immaginare a come vi sentirete la sera, quando le avrete fatte!;

3) Ora chiudete il diario e iniziate la vostra giornata.

Alla “sera”, prendete il vostro diario e ripensate alla giornata vissuta:

1) Scrivete “quali sono state le 3 cose meravigliose che sono accadute oggi”.

Esempi: “Ho incontrato il ragazzo che mi piace!”, “Sono stato a pranzo dai nonni”…
Sforzatevi di trovare 3 cose positive!;

2) Pensate e scrivete “in che modo avreste potuto rendere migliore la giornata appena conclusa”

ad esempio, “stando meno su internet e uscendo con gli amici”.

Approfittate di queste ultime settimane di scuola e provate questo “magico” diario.

Vedrete che qualcosa cambierà!

 

  • Articolo scritto da Laura Gazzola e pubblicato sulla Pagina dei Ragazzi del quotidiano “La Provincia di Como” – Maggio 2018

Se vuoi bene a tuo figlio, non giustificarlo sempre.

Un ragazzo di vent’anni mi confida di aver assunto cocaina per “allontanarsi dai suoi problemi”:
il padre lo giustifica perché “è solo, non ha fratelli e io e sua madre abbiamo appena divorziato”.
Un adolescente rischia di perdere l’anno scolastico a causa delle assenze accumulate: i genitori si lamentano, ma lo giustificano, dicendo che “non si sentiva mai pronto all’interrogazione o alle verifiche”.
Un undicenne al parco alza le mani su un ragazzino che l’ha pesantemente insultato. Entrambe le madri giustificano i figli, l’una dicendo che è stata una reazione naturale, visto che è stato provocato, e l’altra minimizza la pesante offesa lanciata dal proprio figlio, perché “stava scherzando”.
Ad un corso di formazione, una donna si lamenta perché i due figli adulti non se ne vogliono andare di casa e se ne stanno a bighellonare tutto il giorno, ma quando la trainer le indica cosa fare per tagliare il cordone ombelicale, lei risponde: “Be’, ma come posso fare così… Come fanno a mantenersi? Non possono mica lavorare otto ore al giorno per guadagnare una miseria!”.

Di esempi del genere potrei farvene a centinaia…

Ma il succo di tutto è che molti ragazzi vengono sempre giustificati dai genitori e magari pure dai nonni e da certi insegnanti o allenatori.

Viene quindi spontaneo domandarsi:
“Ma giustificare sempre e comunque i figli, va bene?”.

Certamente no!

Anzi, è pure pericoloso per la loro crescita, perché non capiranno mai che cos’è un limite né impareranno che esistono dei confini. E che dire della morale e delle regole?

I figli hanno bisogno di avere dei “paletti” entro i quali muoversi serenamente.

Devono conoscere le conseguenze delle loro azioni e spetta agli adulti metterli di fronte a ciò.

Chi giustifica sempre un figlio… non gli vuole bene!

Sceglie il quieto vivere, ovvero una posizione di comodo, che regala un’apparente serenità in famiglia, ma non fa crescere nessuno.

I genitori hanno il dovere di responsabilizzare i figli e questo è possibile se spiegano loro che cosa fare e che cosa no.

Non si tratta di colpevolizzare i figli per come “sono”, ma per ciò che hanno fatto di sbagliato.

Non bisogna quindi dire: “Tu sei un disastro”, ma “Tu ti sei comportato male, per questo e quest’altro motivo”.
Diventa quindi necessario spiegare ai figli in che cosa hanno sbagliato e dimostrare loro che è possibile rimediare, ma soltanto dopo aver compreso i propri errori.

Sono i genitori al timone e tocca a loro definire i limiti.

Non possono farlo i figli, perché non sono adulti e hanno bisogno di essere guidati con mano sicura, giusta e ferma.

I genitori devono sì sforzarsi di “comprendere” perché un figlio si è comportato male, ma questo non vuol dire giustificarlo. Per essere autorevoli devono imparare a dire “no” ai figli, senza paure o dubbi.

Devono aiutare i figli a riflettere sugli errori commessi e sulle conseguenze di certe azioni e farlo con calma, senza gridare, né accusare.
I figli, d’altro canto, devono capire di aver sbagliato (non di essere sbagliati) ed essere pronti a non ripetere l’errore.

Impara a concentrarti velocemente!

Ragazzi, settimana scorsa avete scoperto che l’unico ostacolo che vi separa dall’aver buoni voti è la mancanza di “concentrazione”.

Oggi vi suggerisco come risolvere il problema delle distrazioni frequenti, così che possiate studiare meglio e con soddisfazione.

La prima cosa quando dovete studiare è “definire un tempo” (es. due ore) durante il quale vi impegnerete a silenziare o spegnere il cellulare, distaccarvi da internet e avvisare i familiari di non disturbarvi.

La seconda cosa è “scaricare i pensieri” che non c’entrano con quello che state studiando.

Al posto di fissare il libro e pensare a che cosa volete organizzare con gli amici, prendete un foglio e scriveteci sopra, ad esempio, “Mandare messaggio a Luca, Marta e Gigi per vederci alle cinque e andare in gelateria a Como”.
Poi scrivete anche l’orario in cui ve ne occuperete.
Così, finché non sarà giunta quell’ora, potrete concentrarvi solo sullo studio.

Il terzo suggerimento è di definire il giorno prima che cosa dovrete fare l’indomani.

Scrivete una lista di obiettivi che dovrete spuntare almeno all’80%.
Questo è fondamentale, perché senza obiettivi procederete alla cieca e finirete per buttare via il pomeriggio.

Esistono inoltre dei “trucchetti” che servono a concentrarsi velocemente per poi svolgere il lavoro in minor tempo e bene.

Vediamone alcuni:

1) Ascoltate attentamente il vostro respiro;
2) mettete un oggetto ad una certa distanza da voi e poi immaginate di doverlo colpire. Prendete dunque la mira e spostate l’attenzione solo su quello;
3) prima di studiare, contate le parole contenute nei primi paragrafi, così il vostro cervello taglierà fuori tutto il resto.

Se ci pensate, sono attività che tolgono ansia e quindi fanno rilassare.
E quando ci si rilassa, concentrarsi è più facile, perché non si ha fretta.

L’ideale è lasciarvi assorbire completamente da ciò che state facendo.

Iniziate lasciandovi coinvolgere dalla spiegazione del prof.
Stare attenti è fondamentale ed è il primo passo per concentrarsi.

 

* Articolo scritto da Laura Gazzola e pubblicato sulla Pagina dei Ragazzi del quotidiano “La Provincia di Como” a maggio 2018.