Ragazzi, volete ottenere buoni risultati scolastici? Basta organizzarvi!

Ragazzi, avete presente quella brutta sensazione di arrivare all’ora di cena e rendervi conto di non aver terminato i compiti?
Che ansia!

Senza contare la frustrazione di aver rinunciato ad uscire con gli amici per avere più tempo per lo studio e notare che il tempo non vi è comunque bastato.

Le distrazioni sono frequenti, si sa, ma se invece avete spento il cellulare, la tv, il pc?
Come mai non siete riusciti a finire tutto?

Già mi sembra di sentirle le lamentele dei vostri genitori: “Possibile che ti riduci sempre all’ultimo per studiare?”.

Se pensate di avere qualcosa che non va, sappiate che spesso è solo un problema di “organizzazione”.

Già, ma come si fa a fare tutto?

Vi do qualche suggerimento da mettere subito in pratica per poter vedere i primi cambiamenti:

1) create una tabella della settimana (a mano o al computer);

2) su ciascun giorno, scrivete quali saranno i vostri impegni (es. dentista, studio, allenamenti sportivi);

3) a fianco di ciascuna voce, inserite per quanto tempo vi terranno impegnati (es. Allenamenti di calcio: 2 ore, dalle h.18 alle h.20);

4) sotto la voce “scuola”, scrivete le materie e ciò che dovete studiare per il giorno seguente (es. Inglese: studio da pag.20 a 26) e aggiungete anche i compiti scritti (es. Matematica: esercizi a pag. 38 n° 3,5, 9).

Avrete subito chiaro il quadro dei vostri impegni e vi renderete conto se sarà una giornata impegnativa o leggera.

Stabilite dunque un tempo per ciascuna attività: potete scegliere voi se partire dai compiti scritti o dallo studio.
Di certo evitate di studiare la sera tardi, quando siete stanchi.

Ogni 25 minuti di studio, fate 5 minuti di pausa per sgranchirvi le gambe o bere qualcosa.

Poi riprendete, seguendo il programma.

Se sul lunedì vedete pochi impegni, portatevi avanti: lo scopo è bilanciare la settimana e arrivare a scuola sereni per non aver lasciato nulla in sospeso.

Fatelo tutte le settimane e poi fatemi sapere come va!

 

* Articolo scritto da Laura Gazzola e pubblicato sulla pagina dei ragazzi de La Provincia di Como (4/12/2019).

Volete aiutare un figlio in crisi? Affidatevi ad un bravo professionista.

In questo periodo sto prestando particolare attenzione alle frasi che ascolto a proposito di “chiedere aiuto a professionisti” che lavorano in ambito psicologico, educativo e formativo, come psicologi, pedagogisti, Life e Teen Coach, Counselor.

Vi riporto alcune affermazioni che ho ascoltato di recente:
“Questi ragazzi! Altro che andare dallo psicologo! Mandali a lavorare! E poi vedi che gli passa tutto!” (un commercialista);
“Sono una brava madre e mio figlio non ha niente che non va… E’ solo che la scuola non gli piace!” (la madre di un adolescente);
“Se mia figlia è in crisi, la aiuto io ad uscirne! Le parlo, le sto vicina e tutto si supera!” (la madre di una quattordicenne).

Forse un fondo di verità c’è in tutte queste esclamazioni, ma… siamo proprio così sicuri di saper intervenire bene su tutto?

Io parto sempre da un principio di umiltà: se il problema che mi trovo di fronte non rientra nelle mie competenze professionali, mi affido agli addetti ai lavori.

Non mi sento “incapace” se non riesco a trovare le soluzioni a tutti i problemi che possono affliggere i miei familiari in alcuni momenti dalla vita…
Certo!, vorrei avere la bacchetta magica per vederli sempre felici, ma non è possibile e quindi mi affido a “chi ha studiato per risolvere quel problema”.

Non so come mai ci sia ancora tutta questa reticenza nel chiedere aiuto a figure che si occupano di “farci stare bene” a livello psicologico.

E come mai siamo subito pronti a consigliare e passare il nominativo e l’indirizzo di un bravo ginecologo (?!), mentre tacciamo quello di un Life Coach, di uno psicologo, di un pedagogista.

Dov’è il problema?

Io credo risieda nella nostra paura di essere etichettati e di apparire fragili, inadeguati, diversi.
Oppure nel desiderio di tenere “segreta” quella marcia in più conquistata grazie al sostegno di quel tipo di professionista.

Curioso, vero?
Mi viene in mente anche un altro esempio: se mio figlio ha un pessimo rendimento scolastico, non mi faccio problemi a dire che lo mando a ripetizioni da più professori. Anzi!, agli occhi degli altri sento di essere un genitore attento e presente, che ha a cuore il futuro del figlio.
Ma se mio figlio dovesse andare da un teen coach per apprendere tecniche e strategie utili alla sua vita (e quindi anche alla scuola)… beh, questo è meglio non farlo sapere.

E perché mai?

Come ho detto chiaramente durante l’intervista fatta a Radio Lombardia (e visibile nel mio sito), i genitori “illuminati” – come li chiamo io – sono quelli che capiscono subito di non avere gli strumenti per aiutare un figlio ad uscire da un periodo di crisi ed è per questo che si rivolgono ad un professionista. Amano così tanto il figlio da non voler perdere tempo. Mettono da parte l’orgoglio e usano l’intelligenza.

Eh, sì, perché quando un figlio studia, si impegna, ma durante le verifiche va in crisi e non capisce più niente… si risolve ben poco con la comprensione, i discorsi incoraggianti e gli abbracci consolatori (anche se fanno sempre piacere!).

Perciò non sentitevi a disagio nel riconoscere che avete bisogno di un appoggio: anche vostro figlio ne ha bisogno.
Cercate il professionista più adatto a risolvere il problema di vostro figlio e ricordate: nessun professionista potrà mai sostituirsi a voi genitori.
Semmai vi affiancherà e vi chiederà collaborazione perché vostro figlio possa tornare ad essere sereno e a guardare al futuro con fiducia e motivazione.

Ragazzi, giocate con le parole e il vostro lessico si arricchirà!

Questa settimana la sfida è legata al “linguaggio”.

Come ben sapete, avere un lessico ricco, conoscere il significato di molte parole e saperle usare al momento giusto porta parecchi vantaggi sia a scuola che nella vita.

A scuola ci permette di “guadagnare” buoni voti.
Pensate ai temi, dove saper usare sinonimi permette di ribadire concetti senza farli sembrare ripetizioni.
Oppure nelle interrogazioni, dove è possibile esprimersi senza giri di parole.

E nella vita?
Beh, chi non viene intimorito o colpito nell’ascoltare persone che si esprimono con parole inusuali?
Ci sono persino professioni che hanno nel linguaggio la loro forza.
Pensate ai politici, ad esempio, che usano “paroloni” (che la maggior parte della gente non capisce).

Insomma, spendere tempo per imparare sempre più parole ci fa guadagnare punti, perché ci permette di comunicare meglio con tutte le persone, sia quelle istruite sia quelle meno.

E se le parole non ci vengono in mente? Se sono il nostro punto debole?

Alcuni ragazzi a scuola pensano di essere poco intelligenti, perché sono “scarsi” quando devono esprimersi.
Tranquilli!
Questo tipo di intelligenza (eh, già, ne abbiamo tante di intelligenze!) si può allenare.

Sì, vabbè, adesso ci dirai che dobbiamo leggere!

Niente affatto!

Vi propongo invece un gioco che faccio spesso con i miei studenti.
Potete provarci anche voi, in famiglia o con gli amici. E magari trasformare il gioco in una “sfida”.

Il gioco per sviluppare la fluidità verbale dura UN MINUTO (perciò calcolate il tempo con un timer).

Il responsabile del “tempo” vi chiederà di scrivere sul vostro foglio tutte le parole che vi vengono in mente e che iniziano con una lettera dell’alfabeto che lui deciderà.

Vi faccio un esempio: Parole che iniziano con la “S”!

Al termine del minuto, farà il calcolo di quante parole corrette avete scritto.
Non valgono i nomi e cognomi di persone né i nomi di città.
Escludete anche i diminutivi (es. casa, casetta).

Poi passate ad un’altra lettera e così via.

Vedrete, sarà divertente!

 

* Articolo scritto da Laura Gazzola e pubblicato il 23/10/2018 su La Provincia di Como (pagina dei ragazzi).

Bambini a tavola: 7 regole per una buona educazione.

Stare a tavola è un piacere non solo per il palato, ma anche per la compagnia: chiacchierare, ridere, sentirsi sereni.
Niente di meglio che condividere questo piacere con la famiglia e con gli amici, dentro e fuori casa.

Ma cosa accade se a tavola si devono gestire dei bambini?

Se non ci si vuole rovinare il bel momento, con bimbi che fanno capricci, urlano e non stanno fermi, è bene seguire sin dalla più tenera età dei piccoli accorgimenti.

Vediamo quali:

1) Stabilire delle regole da seguire quotidianamente a casa, per poi rispettarle anche fuori, imitando mamma e papà, che daranno l’esempio per primi.

2) A tavola insegnare ai figli a dire: “Grazie e per favore”.

3) Trasmettere quelle regole di base, che non sono mai passate di moda, neanche per i bambini:
– masticare a bocca chiusa,
– non parlare mentre si sta mangiando,
– stare seduti in posizione composta e non infastidire i commensali muovendosi continuamente,
– non tenere un tono di voce troppo alto,
– non giocare col cibo né lanciarlo per scherzo.

4) Far usare le posate e il tovagliolo ai propri figli:
non è un’impresa impossibile, anche se non è semplice, perciò bisogna portare pazienza e aiutarli quando sono piccoli. All’inizio si sporcheranno un po’, ma poi impareranno a impugnare e ad usare correttamente le posate. E’ tutta questione di pratica, ma è necessaria se si desidera renderli autonomi.
Bisogna spiegare loro come utilizzare il tovagliolo e in che modo riporre le posate sul piatto una volta terminato il pasto.
Questa “fatica” iniziale, però, vi permetterà di poter mangiare tranquilli quando sarete al ristorante o a casa di amici.
L’importante è applicare queste regole quotidianamente e non pretendere che i figli le applichino soltanto fuori casa.

5) A tavola si sta tutti insieme:
si inizia a mangiare quando si è tutti seduti a tavola e ci si può alzare chiedendo il permesso ai genitori oppure quando tutti hanno finito il pasto.
Quando si è al ristorante, si sta seduti a tavola e non è permesso alzarsi, gironzolare, correre tra i tavoli o infastidire gli altri clienti.
Insegniamo loro che possono prendere parte alla conversazione, ma poi facciamo in modo di adattare il nostro argomento alla loro età.
Se sono molto piccoli è possibile intrattenerli con qualche attività coinvolgente, ad esempio colorare, in modo da poter prolungare la permanenza a tavola senza farli annoiare e innervosire, ma anche senza disturbare i commensali.
I videogiochi sono da bandire a tavola, perché disturbano le altre persone.

6) Avere una voce moderata e tenere toni pacati a tavola:
il tono pacato, moderato deve essere adottato in primis dai genitori, che devono evitare di urlare in pubblico per rimproverare o richiamare i figli.
Meglio adottare un tono calmo e fermo, se non si vogliono generare reazioni eccessive nel bambino, come capricci e isterismi.

7) Ricordatevi che il buon senso vince su tutto:
i genitori devono saper valutare di volta in volta se è il caso o meno di coinvolgere i figli in determinate situazioni.
Il buon senso e il rispetto per gli altri devono guidare questa scelta.
Portare un bimbo ad un pranzo di nozze e pretendere che stia seduto ore, magari in attesa di portate che tardano ad arrivare, non ha senso.
Perciò, se non si hanno alternative, meglio adottare accorgimenti particolari per rendere gradevole a tutti il tempo da trascorrere insieme.

Le indicazioni di massima, che avete letto, costituiscono la base dell’educazione, perciò non sono né esagerate né fuori luogo ai giorni nostri.

Mi viene giusto in mente un papà che, tanti anni fa, quando aveva i figli piccoli, aveva contestato la moglie per le regole di galateo che cercava di trasmettere ai figli: “Cos’è?! Mica devono mangiare con la regina Elisabetta!”.
Salvo poi rendersi conto, una volta diventati maggiorenni, che quell’educazione aveva permesso loro di sentirsi a proprio agio in tutti gli ambienti, regalando loro fiducia in se stessi e una buona autostima.

Saper stare a tavola, quindi, non è inutile: “serve” nella vita e ci rende migliori.

Ragazzi, imparate a essere “determinati” e… arriverete alla meta!

Avete voglia di raggiungere un obiettivo che prevede di impegnarvi per molto tempo e avete paura di non farcela?
Siete caduti nel “vorrei, ma non so se ce la farò”?

Non preoccupatevi!

La soluzione c’è, ma prima rispondete a una domanda: “Da 0 a 10, quanto ci tenete a raggiungere il vostro obiettivo”?
Più vi avvicinate al 10 e più significa che quell’obiettivo per voi è importante.

Ma come fare per non mollare?

Dovete essere “determinati”!
Significa che dovrete aver chiaro, nei minimi dettagli, il vostro obiettivo e considerare sia i lati positivi sia gli ostacoli e le difficoltà del percorso che dovrete fare.

Prima di tutto dovrete far tacere la vocina che avete in testa e che vi ripete che “non ce la farete mai”.

Poi dovrete mettere in conto che arriveranno i momenti in cui vorrete arrendervi: non fatelo!
Se le difficoltà saranno molte, non cambiate obiettivo, ma trovate nuove strade per raggiungerlo.

Restate concentrati, anche se il risultato non si vede subito!
E se sbaglierete qualcosa, sarà normale, perciò continuate pure a sbagliare, finché non troverete la via giusta.

Fate così:
1) preparatevi ad affrontare gli ostacoli, riflettendoci in anticipo: pensare che tutto andrà bene, senza prepararsi per tempo, significa essere superficiali;

2) guardatevi dentro: “Sapete rialzarvi quando cadete?” o siete di quelli che mollano alla prima difficoltà?
E’ importante rispondervi in modo sincero, se volete porvi grandi obiettivi;

3) lavorate tutti i giorni sul vostro obiettivo e non rimandate a domani, perché il rischio è abbandonare l’obiettivo;

4) concentrate la vostra attenzione sui passi “veramente” necessari per giungere al vostro obiettivo: piccole cose, ma davvero utili;

5) smettetela di dire o pensare che “non siete dei talenti”!
La determinazione, intesa come enorme impegno, è fondamentale quando volete raggiungere un importante traguardo.
Fissarvi sul discorso del “talento” è solo una scusa per non impegnarvi!

 

* Articolo scritto da Laura Gazzola e pubblicato sulla pagina dei ragazzi de La Provincia di Como (16/10/2018)

Rivalutiamo il “senso del dovere” e trasmettiamolo ai figli.

Oggi parliamo di qualcosa che “scarseggia”: il senso del dovere.

Se ci pensate bene, tutti parlano di “diritti”, ma dei “doveri”?

Sono tanti gli esempi quotidiani di chi cerca scappatoie di fronte a ciò che non gli piace e che gli pesa: dal collega che non vuole occuparsi di una pratica e fa in modo che ricada su qualcun altro, al genitore che non vuole stressarsi a ripetere sempre le buone norme di comportamento ai figli e poi dà la colpa alla società o alla scuola per la maleducazione dei giovani.
E le giustificazioni al disimpegno si sprecano: “Non ho avuto tempo”, “Mio figlio non mi ascolta”, “I miei figli sono più contenti se a teatro ci vanno con la scuola, piuttosto che con me e mia moglie”.

Il fatto è che questa mancanza del “senso del dovere” in tanti adulti, poi si rispecchia nei ragazzi ed ecco lo scopo di questo articolo: rivalutare il “senso del dovere” e trasmetterlo ai figli.

Andare a scuola, studiare, impegnarsi per essere promossi fanno tutti parte del “senso del dovere”.
Non c’è altra spiegazione: “Figlio mio, lo devi fare, anche se ti pesa e al momento non ne capisci il motivo”.

Già le immagino le osservazioni di alcuni genitori: “Ma così è un’imposizione! E allora… tutti i discorsi sul dialogo, la comprensione?”.

Il fatto è che non si può trovare sempre una spiegazione a tutto.

Voi genitori andate a lavorare perché “lo dovete fare”, per senso di responsabilità nei confronti dei vostri figli, per mantenere la vostra famiglia. Perciò, se i vostri figli non capiscono ancora il motivo per cui “devono” studiare… pazienza! Non servono tanti discorsi (visto che non li comprenderebbero).

Il concetto è che “hanno l’obbligo di studiare” perché così ha stabilito la legge (non voi).

Oggi, purtroppo, impera il “piacere”, la fuga da tutto ciò che pesa sulle spalle come un macigno (come le responsabilità).
Al contrario, essere diligenti, ubbidienti non va più di moda, anzi!
I ragazzi che studiano e s’impegnano vengono derisi, presi in giro dai coetanei.
Non avete idea di quanti ragazzini, ottenendo un eccellente voto, si giustificano con i compagni dicendo una bugia: “Ah! Pensa che non ho studiato niente!”. Appunto perché studiare, cioè fare il proprio dovere, oggi è motivo di esclusione: non va di moda, non ti rende “figo”!

Ma chi ha diffuso questa pseudo-filosofia?

Forse è colpa dell’aver associato – tanto tempo fa – il senso del dovere all’ansia e allo stress che derivano dal mirare sempre all’eccellenza.

In realtà, il “dovere” riguarda sia il rispetto delle regole per vivere bene insieme agli altri, sia lo sviluppo di noi stessi in termini di abilità, crescita personale, ecc.
Quindi in senso positivo e non negativo, come vogliono farci credere.

E come faccio a trasmettere il senso del dovere ai miei figli?

Sicuramente con l’esempio!

E se non bastasse?

Comportarsi come dittatori, in modo autoritario, non porta ad alcun buon risultato. Stessa cosa se si adotta il permissivismo sfrenato (della serie “comandano i figli”).

L’ideale è “essere autorevoli”, cioè guidare i propri figli tenendo conto che AFFETTO e RIMPROVERI hanno uguale importanza.

I figli hanno bisogno di regole chiare, precise da rispettare e tocca a noi dare il buon esempio.
Perciò, non chiedete ai vostri figli di rispettare regole/doveri che voi per primi non rispettate, perché apparireste subito incoerenti e quindi poco credibili.
… Se come adulti siamo soliti buttare per terra il mozzicone di sigaretta, non possiamo pretendere che i nostri figli non ci buttino la carta delle caramelle… E non ditemi che “sono due cose diverse”, perché il gesto è lo stesso.

OK, ma se mio figlio è ancora piccolo, come faccio a trasmettergli il senso del dovere?

Bisogna scegliere quali “doveri” trasmettergli a seconda dell’età, perché lo scopo è che possa assimilarli, farli propri.

Faccio degli esempi, partendo da “piccoli” doveri:
– Apparecchiare e sparecchiare
– Mettere in ordine la propria stanza (o i giochi, dopo averli usati)
– Preparare la cartella per l’indomani
– Fare i compiti e studiare ogni giorno
– Lavarsi i denti dopo ogni pasto e sicuramente prima di andare a dormire…

Sì, fantastico! Ma se mio figlio non vuole farlo?

Urlare non serve a nulla. Meglio stare calmi, ma imporsi di essere fermi sulla regola/dovere.
L’arma vincente è la comprensione… a parole… Ma la fermezza sulla regola.
Faccio un esempio: di fronte a un figlio che non vuole andare a dormire perché preferisce giocare fino a tardi (ben sapendo che la regola è un’altra), rispondo: “Capisco che tu sia arrabbiato, ma è ora di andare a dormire. Potrai continuare domani a giocare. Non adesso” e lo mando a letto, anche se protesta. In fondo è anche una questione di salute dormire le giuste ore!

Quindi, cari genitori, trasmettete il senso del dovere e non cedete sulle regole importanti: quando saranno adulti, i vostri figli ve ne saranno grati!

Ragazzi, accettate la “sfida”! In 3 mesi potrete vincerla!

Ragazzi, ormai siamo entrati nel 2°quadrimestre e per iniziarlo motivati non c’è niente di meglio che una bella “sfida”!
E’ una cosa seria, perciò non prendetela sotto gamba!

Prendetevi un pomeriggio per pensare seriamente a un obiettivo che desiderate raggiungere (es. prendere 8 nelle verifiche di inglese oppure nuotare per 200 metri senza fermarmi) o a una buona abitudine che volete prendere (es. spegnere il cellulare alle h.21 oppure leggere tot pagine di un romanzo ogni giorno).

Se non avete idea di che cosa scegliere, pensate a qualcosa in cui avete più problemi (es. non restare a letto dopo il suono della sveglia).
Fatto?

Ora sappiate che la sfida durerà 90 giorni!

Significa che tutti i giorni per TRE MESI dovrete “allenarvi” per raggiungere il vostro obiettivo e sarà impegnativo: dovrete fare qualche sacrificio e alcune rinunce, ma ne varrà la pena!

In che modo, però, vincere la sfida?

Ogni giorno dovrete dedicare 90 MINUTI al vostro obiettivo e potrete sgarrare solo UN GIORNO di tanto in tanto.
Se salterete per DUE GIORNI CONSECUTIVI quanto stabilito, avrete perso la sfida!
Perciò usate il calendario per tenere traccia.

Una cosa importante è come suddividere i 90 minuti nel corso della giornata:
– 30 MINUTI al mattino prima di uscire,
– 30 MINUTI dopo pranzo,
– 30 MINUTI la sera (prima di andare a dormire).

Non pensate di fare i 90 minuti tutti insieme alla sera, perché non porterebbe ad alcun risultato.

Facciamo un esempio: l’obiettivo è leggere 12 pagine al giorno.
Perciò, leggerete 4 pagine prima di andare a scuola, 4 pagine dopo pranzo e 4 pagine dopo cena per tre mesi.

Poi potrete cambiare obiettivo!

Ah, un’ultima cosa: non dovete tenere segreta la vostra sfida, ma comunicarla ai vostri genitori o amici. Loro, così, diventeranno testimoni del vostro impegno.

Infine scegliete una persona speciale che possa sostenervi e incoraggiarvi a non mollare quando sarete stanchi.
Chiedetele di diventare il vostro alleato e… fate partire la sfida!
Vi piacerà!

 

*Articolo scritto da Laura Gazzola e pubblicato sulla pagina dei ragazzi de La Provincia di Como (25/09/2018)

Coppie felici: meglio esprimere o tacere i propri sentimenti?

Paura, gioia, speranza, delusione, desiderio, solitudine…

I sentimenti che possiamo provare ogni giorno sono tanti: a volte arricchiscono la nostra vita, altre volte la rendono insopportabile.

Il fatto è che non possiamo “controllare” i sentimenti e quest’ultimi fanno ciò che vogliono: in un periodo sono estremamente intensi e in un altro vanno pian piano scomparendo.

Se noi parliamo di un certo sentimento (come la rabbia o la felicità), ne prendiamo la distanza;  se ci lasciamo travolgere, esso acquisterà forza.

E noi sappiamo bene che per far funzionare una RELAZIONE DI COPPIA, bisogna saper cogliere e ascoltare i sentimenti.

“ C’è differenza tra parlare di sentimenti ed esprimere i sentimenti ” dice un noto psicologo che se ne occupa da moltissimi anni (A. Vansteenwegen).

E ha proprio ragione, perché i sentimenti sono dei segnali molto forti in una relazione: ci dicono qual è il suo stato di salute e, se sono negativi, ci fanno capire che qualcosa va modificato.

Non dobbiamo avere “paura” di esprimere ciò che sentiamo, perché la paura non dà mai buoni consigli!

La questione , però, è: dobbiamo dirci “tutto” ciò che sentiamo oppure dobbiamo scegliere quali sentimenti esprimere e quali tacere?

In generale, è bene “non accumulare” troppi sentimenti negativi, perché poi arriva la goccia che fa traboccare il vaso e la nostra reazione sembra esagerata e fuori luogo.

Se sono irritata con il mio partner per colpa dei lavori domestici, è meglio dirglielo, ma senza arrivare alle liti. Di solito ci si accorda su “chi fa cosa” e quindi si può decidere di rivedere gli accordi.

In generale, poi, sappiamo bene che cosa rasserena il partner e che cosa lo fa imbestialire, perciò sarebbe meglio “prevenire che curare”.

Quindi, se conosco bene il mio partner e so che lo irrita tantissimo il ritardo perenne, eviterò di farlo aspettare.

Al contrario, se so che adora andare al cinema o a cena in un determinato ristorante, farò in modo di organizzare un’uscita che lo renderà felice.

Ma… è vero che bisogna dirsi tutto? Proprio tutto, per far funzionare la coppia?

Allora, reprimere i sentimenti fa male: porta persino a somatizzazioni!

Ma vivere con una persona che dà libero sfogo a tutti i suoi sentimenti… è un incubo!

Pensate a chi ha continui sbalzi d’umore, che spara a raffica frasi cattive oppure offensive solo perché “le sente in quel momento”… Viverci diventa davvero impossibile!

In questo caso, quindi, meglio non dirsi tutto ciò che proviamo, se non altro per il bene della nostra coppia.

Ma allora quando è meglio condividere i sentimenti che proviamo?

Vansteenwegen ci suggerisce di farlo quando abbiamo qualcosa che ci sta a cuore: se siamo dispiaciuti o delusi o temiamo per qualcosa.

In questi casi, non bisogna “fuggire”, ma esprimere “cosa c’è che non va”. In questo modo il sentimento che proviamo diventerà meno intenso e passerà prima.

Certo, se si tratta di un sentimento negativo di breve durata, possiamo anche non comunicarlo, perché passerà da sé. Ma se è costante, allora dobbiamo dirlo al nostro partner.

Molte persone invece nascondono i propri sentimenti negativi, li reprimono, li negano. Provano a far finta che non ci siano! Esprimerli, per loro, significherebbe mettere in pericolo la loro relazione.

Ma così facendo, si allontanano dal partner e si isolano.

Meglio trovare il momento adatto e dire al partner: “Quando ti comporti così… vado su tutte le furie!” oppure “Mi sento delusa…”, ecc.

In questo modo il partner dovrebbe rendersi conto che non si tratta di uno sfogo, ma di una cosa importante, anche se non possiamo pretendere che lui/lei “senta” ciò che sentiamo noi con la medesima intensità.

Eh, sì! Ci vuole una gran pazienza per far funzionare le cose! E anche una buona dose di autocontrollo!

E per aumentare i sentimenti positivi, bisogna creare dei… “ riti ”, come il pranzo della domenica, una passeggiata con tutta la famiglia (che unisce), un film guardato insieme, i lavori di manutenzione della casa condivisi o… un’uscita serale per stare un po’ soli.