Ritorno alla didattica a distanza: ecco come motivare i vostri figli.

Ieri, durante una sessione di Coaching a distanza, un adolescente mi ha esposto il suo problema: “Mi sembra di perdere tempo! Prima odiavo la mia routine, ma ora mi manca tantissimo!”.

Nonostante le video-lezioni, lo studio e una casa spaziosa con un bel giardino, si esprimeva come se vivesse in gabbia e senza più una meta: “Sai, all’inizio ho pensato a quanto tempo potevo avere senza spostamenti ed ero così contento di poter guardare film o di poter giocare on-line fino a tardi… Ma ora non ho più voglia di fare niente e mi sento sempre più stanco! Anche l’umore sta andando a terra!”.

Era ovviamente una richiesta d’aiuto.

Magari sta capitando anche ai vostri figli di “sentirsi persi” a causa delle nuove restrizioni e del ritorno alla didattica a distanza.

Il fatto è che spesso, quando i ragazzi hanno  molto più tempo a disposizione, finiscono per sprecarlo.

Sì, magari godono di alcuni “lussi” come restare alzati fino a tardi, ma quella routine che hanno abbandonato, sta lasciando spazio solo al caos.

E quando in testa hanno il caos, è facile che si sentano disorientati, senza più una meta.

In realtà non è che non facciano niente.
Riempiono  il tempo libero con attività (videogiochi, YouTube, ecc.) che con l’inizio della scuola avevano dovuto limitare.
Praticamente hanno sostituito una routine che aveva uno scopo con un’altra che di scopo non ne ha, se non quello di combattere la noia che provano facendo “scuola” da casa.

Il fatto è che avere orari fissi solo per le video-lezioni non basta.
Bisogna tornare a scandire il tempo con attività ben definite, nonostante le restrizioni.

Come fare? Da dove partire? Ecco dei suggerimenti.

Coinvolgete i vostri figli e stabilite a quale ora è salutare andare a dormire per essere attivi l’indomani  (il “non ci riesco” dei ragazzi è una scusa).
Proponete di lasciare la visione di film o serie preferite alla sera, appena DOPO cena, e di chattare con gli amici PRIMA di cena.

Poi accordatevi su una fascia oraria per fare compiti e studiare (magari nel primo pomeriggio).

Se i ragazzi sono poco motivati a studiare, spingeteli a fare i compiti a distanza con un compagno: basta utilizzare skype o semplicemente Whatsapp.
E’ utile ai ragazzi per non annoiarsi e per sostenersi a vicenda. Vale anche per lo studio o per verificare la loro preparazione in vista di una interrogazione.

Se praticavano sport e ora non è più possibile, fate in modo che continuino a muoversi:
scegliete con loro attività all’aperto come la bici, la corsa, cercando di variare le attività (altrimenti sai che noia!). Se i vostri figli si allenavano in palestra, potete trovare un’app che proponga ogni giorno nuovi esercizi da fare a casa.

Dalle video-lezioni, si sa, non possono disertare… Ma almeno hanno degli obiettivi, visto che i docenti seguono un programma.

Ciò che dovete assolutamente combattere è ciò che li rende insoddisfatti e questo di solito accade quando non hanno obiettivi.

Perciò la prima regola è far sì che abbiano nuovi traguardi e che si dedichino ad attività che li “riempiano” di soddisfazione (es. disegnare, dipingere, leggere, suonare uno strumento, esercitarsi nel canto o in una lingua straniera…). Di sicuro limitare i videogiochi o i giochi online.

Questo è un buon modo per creare una nuova e sana routine, senza trascurare di “mettere un lucchetto” al frigorifero, dato che parecchi adolescenti (e adulti) si sono abbuffati durante lo scorso lockdown per vincere la noia.

Nutrite quindi i vostri ragazzi di attività che regalino loro un senso di pienezza a fine giornata. Saranno stanchi magari, ma felici.

Se vuoi trasmettere a tuo figlio di non tenere a lui, lascia che rientri sempre più tardi.

Siamo in piena estate e – Covid o meno – i ragazzi in vacanza o a casa pressano per uscire la sera e soprattutto per rientrare sempre più tardi.

A mezzanotte ormai rientra solo cenerentola… perché gli adolescenti, anche se minorenni, tendono a rientrare tra l’una e le quattro del mattino…

Alcune madri disperate, ma rassegnate, mi hanno detto: “Cerco di stare sveglia ad aspettarlo, ma poi crollo!” oppure “Io e mio marito ci diamo il cambio: un po’ sto sveglia io e un po’ sta sveglio lui, finché nostra figlia non rientra”…

Ma c’è stata una madre che mi ha detto seccata: “Mia figlia non ne vuole sapere di tornare a casa entro mezzanotte, ma perché io non posso godermi il riposo che aspetto tutto l’anno?”.

E l’obiettivo è proprio questo: essere felici voi e i vostri figli. Non solo loro.
Non dimenticate che i ragazzi hanno i loro bisogni, ma voi avete i vostri.

Meglio quindi raggiungere un compromesso.
Ad esempio: proponete il coprifuoco a mezzanotte, così vostro figlio chiederà l’una e arriverete a mezzanotte e mezza.

Anche se dovete avere ben chiaro qual è il limite per voi.
Le 3 di notte, onestamente, sono ingiustificate, visto che non vanno a scuola e quindi gli amici possono vederli durante il giorno.

Il concetto è porre un limite che sia utile a salvaguardare la loro sicurezza e incolumità. Quindi una regola educativa, non punitiva.

E se si lamentano che “tutti stanno fuori fino alle 3”, senza polemica né tono seccato, ribadite che – secondo voi – non vi è motivo di stare in giro fino a quell’ora. E non raccogliete le provocazioni, non state a discutere. Il limite è questo. Punto.

Dite: “Non ce l’ho con te, anzi! Ti voglio bene e proprio per questo non trovo sicuro che tu stia in giro fino a tarda notte”.

Non dico che sarà una passeggiata… ma provateci! E fatemi sapere!

Genitori e nonni, riappropriatevi del vostro fondamentale ruolo educativo.

Stiamo tornando pian piano alla normalità e si nota anche nella gestione delle relazioni familiari. Basta trascorrere una giornata all’aperto in mezzo agli altri per rendersi conto che nulla, proprio nulla è cambiato. Il Covid-19, ad esempio, non ha fatto riscoprire a certi giovani il valore e la gioia di avere ancora in vita i nonni né la fortuna di avere al fianco i genitori… Tutto è rimasto scontato.
Mi riferisco all’atteggiamento di molti figli nei confronti dei genitori e di parecchi nipoti nei confronti dei nonni.
Ora, d’accordo che non siamo più nell’Ottocento e nemmeno nel Novecento, ma vi pare corretto che un bambino si rivolga al genitore o alla nonna con tono arrogante, aggressivo e gesti che farebbero irritare anche un santo?
Smettiamola di giustificare questi comportamenti con la solita frase: “Sono bambini!”, perché poi diventa la giustificazione usata quando diventano adolescenti e poi giovani.

Perché abbiamo così tanta paura di “fare gli adulti”? Di assumerci il ruolo di educatori? Perché dobbiamo mostrarci e comportarci per forza come “compagni di merenda”, complici della scorrettezza dei più piccoli?

Il problema che si pone, infatti, non è “il bambino maleducato”, ma l’adulto che proprio non vuole assumersi la responsabilità (e lo stress) di intervenire, di spiegare, di fermare certi atteggiamenti che, in altre nazioni (ve lo garantisco), non sarebbero tollerati.

Vi faccio degli esempi.

Un padre che, vedendo in casa la figlia dodicenne truccarsi come un’adulta appariscente, commenta con tono scherzoso: “Cos’è questo trucco così pesante? Non ti sembrerebbe il caso di evitare, considerata la tua età?!” e poi la lascia uscire comunque, non ha capito nulla del suo ruolo, che non è solo quello di educare, ma anche di proteggere, perché una ragazzina totalmente inesperta della Vita, che appare come una maggiorenne navigata… be’, va certamente incontro a dei seri rischi.

Gli adulti devono avere ben chiaro quali sono “i paletti” da mettere per segnare i confini entro i quali far muovere i figli. Se non lo fanno… la colpa delle azioni e reazioni dei figli è solo loro.

Non è questione di rigidità, ma di ragionare, riflettere coi figli: comunicare loro il senso delle proprie scelte, ma senza lasciare ai piccoli il potere di cambiarle o rifiutarle.

Non è nemmeno questione di severità, perché per vivere in mezzo agli altri dobbiamo essere capaci di condividere e rispettare regole che non vengono da noi (e che magari nemmeno ci piacciono).

Allora, la nonna che permette alla nipotina di otto anni di trattarla come uno zerbino, non sta dimostrando “pazienza e amore”, ma disinteresse e totale mancanza di dignità.
Non solo, ma crea alla bimba l’illusione di essere onnipotente, di poter maltrattare gli altri (come fa con lei). Cosa farà quando si troverà davanti le regole da rispettare a scuola e nel mondo?

Sapete, credo profondamente nell’educazione ai valori e ai principi che regolano le relazioni con gli altri, nel rispetto della libertà (propria e altrui) e davvero non mi capacito di come un adulto con esperienza possa liberamente scegliere di eludere il suo fondamentale compito.
Nessun cucciolo d’uomo dovrebbe permettersi di trattare un adulto come un coetaneo: significherebbe non aver compreso la differenza di ruoli né la gerarchia. Principi fondamentali che regolano la vita nella società.

Ma questi cuccioli non possono educarsi da soli: hanno bisogno di noi, di adulti responsabili, con le idee chiare su cosa è giusto e cosa no, su quali sono i confini da non oltrepassare.

Un ruolo fondamentale , quello dell’adulto, che deve essere disposto a difendere con convinzione, energia e costanza. Quando tutti gli adulti (genitori, nonni, insegnanti, allenatori, ecc.) interiorizzeranno questa grande verità e si riapproprieranno del loro importante ruolo educativo… allora sì le cose potranno cambiare. Ma fino ad allora…

La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce agli altri.

Siamo prossimi alla Pasqua, un giorno di festa, un’occasione per ritrovarsi a pranzare tutti insieme, magari fuori casa. Ma la Pasqua, quest’anno, non sarà così: il Covid-19 ce la farà trascorrere in casa, da soli, senza amici o parenti. Una rinuncia che pesa, ma che è finalizzata alla salute, nostra e di tutti. Un sacrificio che vale la pena di fare per il bene comune.

Sono certa però che molti non rispetteranno il divieto a muoversi: inventeranno mille scuse, pure credibili, per fare egoisticamente ciò che desiderano.

E allora mi torna alla mente un articolo della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” che recita così: “La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce agli altri”.

Chissà se nel lontano 1789 (quando venne scritta) avrebbero mai immaginato che sarebbe diventata così attuale nella Pasqua 2020!

Un articolo che parla di libertà, ma che sottolinea il rispetto degli altri. Esattamente il contrario del pensare comune, dove la parola libertà è sinonimo di egoismo.

Sapete, mai più di ora diventa importante coltivare e trasmettere una delle 24 potenzialità umane elencate da Seligman, padre della psicologia positiva e punto di riferimento per tutti i Coach: “il senso civico e del dovere”.

Si tratta di una caratteristica ovvero di una forza del carattere che esprime la lealtà e la responsabilità verso gli altri. E questi “altri” comprendono la famiglia, i vicini, il condominio, i compagni di scuola o i colleghi di lavoro, fino alla società intera.

Una caratteristica che presuppone gentilezza, autocontrollo, gratitudine, lealtà e solidarietà.

Ma quanti lo sono davvero?
… perché è facile indignarsi di fronte a certi comportamenti, ma poi mancare di rispetto agli altri senza nemmeno rifletterci.

In questo periodo, poi, dove la convivenza con i vicini è forzata a causa dell’obbligo a restare in casa e a non uscire nemmeno per lavorare (come capita a molti), è facile cogliere i valori che guidano le persone e rendersi conto di quanto egoismo abbiano certi individui.

Si va da chi ha sostituito le uscite al parco col terrazzo di casa, togliendo pace agli altri vicini (perché i figli e il cane devono sfogarsi), a chi organizza scorribande in casa alle dieci di sera (perché tanto poi si dorme più a lungo), a chi fa bricolage a mezzogiorno o all’ora di cena (perché si annoia e non sa più cosa fare), a chi lascia abbaiare i cani continuamente senza intervenire, a chi fa giardinaggio nelle ore di riposo altrui, a chi – ahimè – condivide con tutti gli altri condomini i fatti suoi, stando sul balcone a parlare di Covid-19 al cellulare con amici e colleghi.

E di esempi ce ne sarebbero veramente tanti da fare…

Cosa rivelano questi comportamenti?
Forse altruismo? Solidarietà? Senso civico? Responsabilità verso gli altri? Non mi pare proprio.

Sono potenzialità che vanno allenate molto prima di diventare adulti: è la famiglia a dover trasmettere questi valori.

Perciò un genitore che si comporta in modo empatico, che dimostra e insegna ai propri figli l’importanza di rispettare i diritti degli altri, che condanna l’egoismo e l’individualismo fa un favore a tutta la società, perché

una società rispettosa dei diritti di tutti supera qualsiasi difficoltà, anche quella di trascorrere una Pasqua in quarantena.

La convivenza con figli adolescenti ai tempi del Covid19.

La scuola è chiusa dal 23 febbraio… Un mese ormai.

La felicità che questo virus aveva regalato inizialmente ai nostri ragazzi, che potevano godere di giornate soleggiate senza compiti né lezioni per stare tutto il giorno al parco con gli amici, ha lasciato spazio all’irritazione, al nervosismo, alla frustrazione… Persino all’ansia e allo stress.

Gli adolescenti, abituati a vivere una sorta di vita parallela a quella della loro famiglia, si ritrovano chiusi in casa, a dover seguire ore di video-lezioni in aule virtuali che, chiamate così hanno un non so che di avveniristico, ma in pratica sono piccoli o grandi spazi della loro casa in cui non si sentono davvero liberi di essere se stessi come in classe, perché i compagni non ci sono e manca l’occhiata complice, il messaggio scritto di fretta sul diario aperto, le risate in diretta e le imitazioni dei prof.

Non solo.

Manca quella vicinanza fisica che per gli adolescenti è fondamentale.

Penso alle amiche che si confidano e poi si abbracciano; agli innamorati che si tengono per mano e si baciano teneramente; ai compagni di scuola a cui si tirano i “coppini” durante l’intervallo…

E’ solo un mese, ma a molti ragazzi sembra un’eternità.
E la cosa peggiore è che non c’è una “scadenza”… Sì, insomma, come quella sulle confezioni, che non può essere posticipata. Quella sì è una certezza.
Ma di certezze non ne hanno gli adulti, figuriamoci i ragazzi che vivono tutto amplificato.
Basta un messaggio su Whatsapp mal compreso che scoppia la tragedia!
E il rischio è alto in questo senso, perché è raro trovare chi padroneggia così bene la lingua italiana da scrivere in modo inequivocabile ciò che gli passa per la testa…

E ai ragazzi ne passano davvero tanti di pensieri!

C’è chi, avendo avuto insufficienze nel primo quadrimestre, teme di non poter più rimediare;
chi aveva già fissata la data della discussione di laurea e ora non sa più quando sarà;
chi aveva un elenco di esami programmati, che ora sono stati sospesi.
Una ragazza universitaria, in un momento di sfogo, mi dice: “Sì, ho molto più tempo, ma vivo nell’incertezza e non so più cosa fare!”.

Ecco il nocciolo: l’incertezza.

I ragazzi si fanno mille domande: la scuola riprenderà? Potrò rivedere i miei amici? Potrò riabbracciare il mio ragazzo/a? Potrò riprendere ad allenarmi? Potrò andare in vacanza?…

Le risposte però mancano e non serve chiedere agli adulti, perché l’incertezza è condivisa.
Forse è la prima volta che figli e genitori sono d’accordo su qualcosa: provano le stesse emozioni di paura, di speranza, e si sforzano di trovare un senso alle loro giornate sempre più ripetitive.

Tutti in famiglia sperimentano la convivenza “h.24” e non è tutto rose e fiori come nei film.
Sì, ci sono giornate buone e altre molto meno.
Secondo i ragazzi manca del tutto la privacy…
E non importa se hanno una camera tutta per sé…
Il “nemico” è in agguato! Il genitore ascolta.
Loro lo avvertono.
E su questo non hanno proprio torto.
Quante volte gli adulti – approfittando di questa “clausura” – origliano o sbirciano attraverso la porta? Magari quando i ragazzi stanno facendo la video-lezione, per spiare la prof. che spiega, o per vedere che cosa si raccontano con gli amici nelle video-chiamate…

Molti genitori relegati in casa non vedono l’ora di tornare al lavoro fuori casa, ma questo vale anche per i ragazzi. Uno di questi mi ha detto: “Era meglio andare a scuola che vivere così!”.

… perché gli adolescenti hanno bisogno di stare “nel mondo”, di confrontarsi con gli amici, di sperimentare, di avere un ruolo…
E quello di “figlio” e basta va loro un po’ stretto.

Ecco perché talvolta sono insofferenti.

E allora come possiamo aiutarli?
Come possiamo rendere la nostra e la loro vita di “reclusi” meno pesante?

Certamente accordandoci, che non significa imporre il nostro volere di genitori, ma sederci a un tavolo e ammettere che nessuno potrà più continuare a seguire le vecchie abitudini.

Bisogna coinvolgere i ragazzi: chiedere loro cosa ne pensano, invitarli a trovare soluzioni.

Stabilire insieme, seduti a tavolino, quali nuovi orari dovremo rispettare e quali aiuti dovremo portare alla famiglia. E’ un modo per crescere in modo responsabile.

In questo momento di totale incertezza, i ragazzi hanno bisogno di “certezze”, di punti fermi: la famiglia lo è, se non è soffocante.

E allora perché non partire dalla condivisione dei propri bisogni e desideri?
Esprimerne un paio a testa e chiedere al resto della famiglia di rispettarli?
Metterli persino per iscritto… in bella mostra!

Noi adulti non dobbiamo apparire per forza positivi e sereni se non lo siamo.
Certo, è il caso di evitare sempre di scaricare sui figli preoccupazioni, insoddisfazioni, tensioni.
Ma chi l’ha detto che i figli adolescenti non siano in grado di “capire” i nostri bisogni e le nostre difficoltà? Basta esprimerli nel modo giusto: niente lagne né continui lamenti.

Solo comprendendo i bisogni dell’altro saremo genitori e figli migliori.
Perciò… usiamo questo tempo per farlo.

Caro genitore, dipende da te come ti tratteranno i tuoi figli quando sarai anziano.

Non ho mai conosciuto i nonni, quelli che ti strapazzano di baci e ti abbracciano così forte da toglierti il fiato. Sono morti prima che nascessi, lasciando sole le nonne. Però ho avuto la fortuna di vivere i primi anni della mia vita insieme a una nonna speciale e a una bisnonna birichina.

E’ vero, la nonna era malata di quel male che non risparmia quasi nessuno, ed io avevo solo cinque anni “e mezzo” quando è mancata, ma i ricordi che mi ha lasciato sono ancora vivissimi e a volte mi sembra di sentire ancora la sua voce, con quella “erre” così diversa da tutti gli altri e il suo sguardo così dolce.

Ero (e continuo ad essere) innamorata di mia nonna, perché mi faceva sentire importante…

Bastava il suo sguardo, una sua occhiata complice e io sentivo tutto il suo amore.

Eh, i nonni! Quale dono prezioso del cielo!

In casa mia, lei e la bisnonna erano rispettate e coccolate: il valore della loro saggezza era inestimabile.

Oggi purtroppo non è più così. Almeno nella maggior parte dei casi.

Non vanno più di moda il rispetto, l’ammirazione e l’attenzione verso gli anziani.

Quante volte assisto a scene in cui i nipoti maltrattano a parole e a gesti i nonni!
Quante risposte maleducate, espresse con parolacce e tono di voce sprezzante!
Magari in presenza dei genitori, che nemmeno intervengono!

Eh, già! I nonni… Chi li rispetta più?!

Ho visto nipoti sbuffare in faccia ai nonni a cui erano affidati. E ho visto i nonni spiazzati, incapaci di reagire.
Un dono del cielo buttato via!
Che tristezza, se penso a quanto avrei voluto continuare a crescere con la mia nonna accanto…

Il fatto è che oggi ben pochi genitori insegnano “il rispetto per l’anziano” ai figli e così vanno perse tutte quelle buone azioni che invece – se compiute – fanno stare bene sia chi le riceve sia chi le fa.

E allora perché non rivederle insieme, qui, ora?

Caro genitore, sei al timone del tuo vascello! Sei il capitano della nave!

Dipende da te, da una tua scelta educativa, se domani – quando sarai anziano – tuo figlio ti tratterà con rispetto, stima e tuo nipote si rivolgerà a te ammirando la tua saggezza e il tuo valore.

Perciò non perdere tempo prezioso!

Che tuo figlio sia piccolo oppure già grande, “allenalo” al rispetto per chi è anziano.

Fagli comprendere il valore della vecchiaia e farai un regalo a te stesso, ma anche a tutta l’umanità.

Parti da qui e sii d’esempio:

1. Dare del “lei” agli anziani che non si conoscono.
Non è difficile per i bambini imparare a farlo. Certo, è faticoso per noi adulti dover insistere e correggerli, ma ti assicuro che a 8 anni ci riescono perfettamente. Io l’ho fatto e ha funzionato.

2. Offrire il proprio aiuto.
I nonni non chiedono nulla, ma non significa che non abbiano bisogno.
– Offrirsi di portare al posto loro dei pesi, come i sacchetti della spesa o le confezioni di acqua, può solo far piacere.
Prenderli sotto braccio, quando devono attraversare la strada o scendere le scale, è un gesto d’affetto, ma è anche un valido sostegno per loro che così si sentono più sicuri.

3. Cedere il posto a sedere.
Che sia in chiesa, in un ufficio, sul treno o sull’autobus, chiedere ad un anziano se vuole il nostro posto a sedere e alzarci per cederglielo, resta sempre un bel gesto che ci distingue dal resto della gente. In fondo, stare in piedi quando si è giovani, non è una gran fatica.

4. Rivolgersi ai nonni/anziani con educazione.
Significa:
– Capire che sono “grandi” e non bambini.
– Evitare toni aggressivi, arroganti, saccenti.
– Evitare le frasi e gli atteggiamenti di compatimento (se non capiscono qualcosa non vuol dire che sono “deficienti”).
– Non sbuffare loro in faccia né fare “spallucce”.
– Censurare frasi del tipo: “Ma sei sordo?!”, “Non hai capito niente!”, “Non sei capace!”, perché a nessuno di noi, tantomeno a dei bambini/nipoti, piacerebbe sentirsi giudicare a quel modo.

5. Rispettare il loro riposo.
Vuol dire non disturbarli se e quando hanno bisogno di fare un pisolino. Perciò non gridare, non svegliarli, evitare di fare giochi rumorosi vicino a loro.

6. Essere pazienti.
Lo so, a volte non è facile, ma dobbiamo far capire ai bambini che anche loro, quando saranno anziani, avranno bisogno di più tempo per ricordare le cose o comprenderne di nuove. Bastano un bel respiro e un sorriso. In fondo, quante volte dobbiamo ripetere le cose a loro, ai bambini?

7. Evitare di evidenziare i loro problemi legati all’età.
Far notare ad un nonno che cammina troppo lentamente, che non ci sente, che sta perdendo i capelli o dirgli che fa ridere con la dentiera o che va troppo spesso a fare pipì non lo aiuta a stare meglio. E’ già un disagio per lui… Perciò, perché infierire?

8. Far loro dei complimenti.
Basta davvero poco! Insegniamo ai figli a “valorizzare” i nonni, facendo loro notare le qualità che hanno: “Nonno, come sei bravo a bocce!”, “Nonna, sei bravissima a fare la torta di mele!”.
Ci sono anche dei complimenti mascherati da richieste d’aiuto, che fanno sentire i nonni utili e ancora in gamba: “Nonno, tu che sei bravo a costruire le cose, mi aiuti con il compito di tecnologia? Devo usare il traforo…”, “Nonna, tu che sei la migliore, mi insegneresti a cucinare la torta di mele?”.

9. Non fissare gli anziani con handicap.
Di solito è la prima cosa che si insegna, quella di non guardare fisso né additare chi ha un handicap. Con gli anziani, che diventano sensibili e permalosi, è bene ricordarselo. Perciò, se un anziano cammina col girello o zoppica o ha un equilibrio precario, insegniamo a non riderne, ma a comprenderne la difficoltà.

10. Salutare per primi.
E’ importante che i figli, grandi o piccoli, sappiano che è buona regola salutare per primi gli anziani. Un sorridente “Buongiorno”, quando si incontra un anziano, non ha mai fatto male a nessuno!

11. Far visita e telefonare.
I nonni che non vivono in casa con noi e nemmeno a così breve distanza da poterci andare a piedi, di solito soffrono un po’ di questa lontananza e spesso sono loro a muoversi o a telefonare.
Perché allora non sollecitare i bambini/adolescenti a chiamare i nonni? A informarsi se stanno bene o semplicemente a salutarli?
I nipoti adolescenti hanno cellulari costosissimi e messaggiano continuamente.
Perché allora non trovare un minuto per chiamare i nonni?

Ecco, sono certa che molti di voi potrebbero suggerirne altre di “buone pratiche” e quindi, perché non scriverle tra i commenti?

Il Mondo, la cosiddetta “società”, siamo noi.
E sta a “noi” renderla migliore.
Magari partendo proprio da qui.

Se vuoi bene a tuo figlio, non giustificarlo sempre.

Un ragazzo di vent’anni mi confida di aver assunto cocaina per “allontanarsi dai suoi problemi”:
il padre lo giustifica perché “è solo, non ha fratelli e io e sua madre abbiamo appena divorziato”.
Un adolescente rischia di perdere l’anno scolastico a causa delle assenze accumulate: i genitori si lamentano, ma lo giustificano, dicendo che “non si sentiva mai pronto all’interrogazione o alle verifiche”.
Un undicenne al parco alza le mani su un ragazzino che l’ha pesantemente insultato. Entrambe le madri giustificano i figli, l’una dicendo che è stata una reazione naturale, visto che è stato provocato, e l’altra minimizza la pesante offesa lanciata dal proprio figlio, perché “stava scherzando”.
Ad un corso di formazione, una donna si lamenta perché i due figli adulti non se ne vogliono andare di casa e se ne stanno a bighellonare tutto il giorno, ma quando la trainer le indica cosa fare per tagliare il cordone ombelicale, lei risponde: “Be’, ma come posso fare così… Come fanno a mantenersi? Non possono mica lavorare otto ore al giorno per guadagnare una miseria!”.

Di esempi del genere potrei farvene a centinaia…

Ma il succo di tutto è che molti ragazzi vengono sempre giustificati dai genitori e magari pure dai nonni e da certi insegnanti o allenatori.

Viene quindi spontaneo domandarsi:
“Ma giustificare sempre e comunque i figli, va bene?”.

Certamente no!

Anzi, è pure pericoloso per la loro crescita, perché non capiranno mai che cos’è un limite né impareranno che esistono dei confini. E che dire della morale e delle regole?

I figli hanno bisogno di avere dei “paletti” entro i quali muoversi serenamente.

Devono conoscere le conseguenze delle loro azioni e spetta agli adulti metterli di fronte a ciò.

Chi giustifica sempre un figlio… non gli vuole bene!

Sceglie il quieto vivere, ovvero una posizione di comodo, che regala un’apparente serenità in famiglia, ma non fa crescere nessuno.

I genitori hanno il dovere di responsabilizzare i figli e questo è possibile se spiegano loro che cosa fare e che cosa no.

Non si tratta di colpevolizzare i figli per come “sono”, ma per ciò che hanno fatto di sbagliato.

Non bisogna quindi dire: “Tu sei un disastro”, ma “Tu ti sei comportato male, per questo e quest’altro motivo”.
Diventa quindi necessario spiegare ai figli in che cosa hanno sbagliato e dimostrare loro che è possibile rimediare, ma soltanto dopo aver compreso i propri errori.

Sono i genitori al timone e tocca a loro definire i limiti.

Non possono farlo i figli, perché non sono adulti e hanno bisogno di essere guidati con mano sicura, giusta e ferma.

I genitori devono sì sforzarsi di “comprendere” perché un figlio si è comportato male, ma questo non vuol dire giustificarlo. Per essere autorevoli devono imparare a dire “no” ai figli, senza paure o dubbi.

Devono aiutare i figli a riflettere sugli errori commessi e sulle conseguenze di certe azioni e farlo con calma, senza gridare, né accusare.
I figli, d’altro canto, devono capire di aver sbagliato (non di essere sbagliati) ed essere pronti a non ripetere l’errore.

Ragazzi, allenatevi al… rispetto!

Sapete che cos’è il “coaching”?

E’ un metodo per ragazzi e adulti  che vogliono migliorare se stessi, superando ostacoli e sviluppando tutti i loro punti di forza.
Il termine significa “allenamento” e infatti, per raggiungere un obiettivo, dobbiamo allenarci, esattamente come si fa nello sport.

Può essere un obiettivo sportivo, professionale, scolastico o… personale, come nel caso di migliorare il nostro rapporto con gli altri.

E come fare?

Il discorso è lungo, ma partiamo da un concetto semplice:

per stare bene con le altre persone dobbiamo cominciare a pensare a loro in un’ottica di “rispetto”, a partire da piccoli gesti legati alla nostra quotidianità.

Facciamo un esempio:
se viviamo in appartamento e ci sono persone che abitano sotto di noi, eviteremo di ascoltare la musica o la tv a tutto volume, così come di giocare a far rimbalzare la pallina da tennis sul pavimento.
Il motivo è ovvio: daremmo fastidio e quindi potrebbero risentirsi e noi rischiare di incrinare il rapporto con loro.

Non è difficile, basta allenare la nostra sensibilità verso gli altri e cominciare a pensare seriamente che i loro diritti (al riposo, alla tranquillità ecc.) sono uguali ai nostri.

Potremmo iniziare col domandarci: “Ma se loro disturbassero me come io faccio con loro, come reagirei?”.

Immaginate di essere sui libri in vista di una verifica importante e di non riuscire a concentrarvi per il fastidio provocato dai vostri vicini.
Correreste il rischio di prendere un brutto voto, vero? Che seccatura!

Quindi, “alleniamoci” a essere più rispettosi, così:

1) scriviamo una lista di azioni che – se fossimo noi a subire – ci darebbero molto fastidio.

2) Prendiamo la prima voce in elenco (es. tenere il volume della musica basso, ovvero – in una scala da 0 a 10 – potrebbe essere a 3) e stabiliamo che per un mese ci concentreremo su questo.

3) Il mese successivo “rispetteremo” il 2° punto della lista e così via.

Alla fine in qualcosa avremo migliorato e gli altri ce ne saranno grati.

*Articolo scritto da Laura Gazzola e pubblicato nella Pagina dei Ragazzi del quotidiano “La Provincia di Como” il 20 novembre 2018.

Ragazzi, volete ottenere buoni risultati scolastici? Basta organizzarvi!

Ragazzi, avete presente quella brutta sensazione di arrivare all’ora di cena e rendervi conto di non aver terminato i compiti?
Che ansia!

Senza contare la frustrazione di aver rinunciato ad uscire con gli amici per avere più tempo per lo studio e notare che il tempo non vi è comunque bastato.

Le distrazioni sono frequenti, si sa, ma se invece avete spento il cellulare, la tv, il pc?
Come mai non siete riusciti a finire tutto?

Già mi sembra di sentirle le lamentele dei vostri genitori: “Possibile che ti riduci sempre all’ultimo per studiare?”.

Se pensate di avere qualcosa che non va, sappiate che spesso è solo un problema di “organizzazione”.

Già, ma come si fa a fare tutto?

Vi do qualche suggerimento da mettere subito in pratica per poter vedere i primi cambiamenti:

1) create una tabella della settimana (a mano o al computer);

2) su ciascun giorno, scrivete quali saranno i vostri impegni (es. dentista, studio, allenamenti sportivi);

3) a fianco di ciascuna voce, inserite per quanto tempo vi terranno impegnati (es. Allenamenti di calcio: 2 ore, dalle h.18 alle h.20);

4) sotto la voce “scuola”, scrivete le materie e ciò che dovete studiare per il giorno seguente (es. Inglese: studio da pag.20 a 26) e aggiungete anche i compiti scritti (es. Matematica: esercizi a pag. 38 n° 3,5, 9).

Avrete subito chiaro il quadro dei vostri impegni e vi renderete conto se sarà una giornata impegnativa o leggera.

Stabilite dunque un tempo per ciascuna attività: potete scegliere voi se partire dai compiti scritti o dallo studio.
Di certo evitate di studiare la sera tardi, quando siete stanchi.

Ogni 25 minuti di studio, fate 5 minuti di pausa per sgranchirvi le gambe o bere qualcosa.

Poi riprendete, seguendo il programma.

Se sul lunedì vedete pochi impegni, portatevi avanti: lo scopo è bilanciare la settimana e arrivare a scuola sereni per non aver lasciato nulla in sospeso.

Fatelo tutte le settimane e poi fatemi sapere come va!

 

* Articolo scritto da Laura Gazzola e pubblicato sulla pagina dei ragazzi de La Provincia di Como (4/12/2019).

Bambini a tavola: 7 regole per una buona educazione.

Stare a tavola è un piacere non solo per il palato, ma anche per la compagnia: chiacchierare, ridere, sentirsi sereni.
Niente di meglio che condividere questo piacere con la famiglia e con gli amici, dentro e fuori casa.

Ma cosa accade se a tavola si devono gestire dei bambini?

Se non ci si vuole rovinare il bel momento, con bimbi che fanno capricci, urlano e non stanno fermi, è bene seguire sin dalla più tenera età dei piccoli accorgimenti.

Vediamo quali:

1) Stabilire delle regole da seguire quotidianamente a casa, per poi rispettarle anche fuori, imitando mamma e papà, che daranno l’esempio per primi.

2) A tavola insegnare ai figli a dire: “Grazie e per favore”.

3) Trasmettere quelle regole di base, che non sono mai passate di moda, neanche per i bambini:
– masticare a bocca chiusa,
– non parlare mentre si sta mangiando,
– stare seduti in posizione composta e non infastidire i commensali muovendosi continuamente,
– non tenere un tono di voce troppo alto,
– non giocare col cibo né lanciarlo per scherzo.

4) Far usare le posate e il tovagliolo ai propri figli:
non è un’impresa impossibile, anche se non è semplice, perciò bisogna portare pazienza e aiutarli quando sono piccoli. All’inizio si sporcheranno un po’, ma poi impareranno a impugnare e ad usare correttamente le posate. E’ tutta questione di pratica, ma è necessaria se si desidera renderli autonomi.
Bisogna spiegare loro come utilizzare il tovagliolo e in che modo riporre le posate sul piatto una volta terminato il pasto.
Questa “fatica” iniziale, però, vi permetterà di poter mangiare tranquilli quando sarete al ristorante o a casa di amici.
L’importante è applicare queste regole quotidianamente e non pretendere che i figli le applichino soltanto fuori casa.

5) A tavola si sta tutti insieme:
si inizia a mangiare quando si è tutti seduti a tavola e ci si può alzare chiedendo il permesso ai genitori oppure quando tutti hanno finito il pasto.
Quando si è al ristorante, si sta seduti a tavola e non è permesso alzarsi, gironzolare, correre tra i tavoli o infastidire gli altri clienti.
Insegniamo loro che possono prendere parte alla conversazione, ma poi facciamo in modo di adattare il nostro argomento alla loro età.
Se sono molto piccoli è possibile intrattenerli con qualche attività coinvolgente, ad esempio colorare, in modo da poter prolungare la permanenza a tavola senza farli annoiare e innervosire, ma anche senza disturbare i commensali.
I videogiochi sono da bandire a tavola, perché disturbano le altre persone.

6) Avere una voce moderata e tenere toni pacati a tavola:
il tono pacato, moderato deve essere adottato in primis dai genitori, che devono evitare di urlare in pubblico per rimproverare o richiamare i figli.
Meglio adottare un tono calmo e fermo, se non si vogliono generare reazioni eccessive nel bambino, come capricci e isterismi.

7) Ricordatevi che il buon senso vince su tutto:
i genitori devono saper valutare di volta in volta se è il caso o meno di coinvolgere i figli in determinate situazioni.
Il buon senso e il rispetto per gli altri devono guidare questa scelta.
Portare un bimbo ad un pranzo di nozze e pretendere che stia seduto ore, magari in attesa di portate che tardano ad arrivare, non ha senso.
Perciò, se non si hanno alternative, meglio adottare accorgimenti particolari per rendere gradevole a tutti il tempo da trascorrere insieme.

Le indicazioni di massima, che avete letto, costituiscono la base dell’educazione, perciò non sono né esagerate né fuori luogo ai giorni nostri.

Mi viene giusto in mente un papà che, tanti anni fa, quando aveva i figli piccoli, aveva contestato la moglie per le regole di galateo che cercava di trasmettere ai figli: “Cos’è?! Mica devono mangiare con la regina Elisabetta!”.
Salvo poi rendersi conto, una volta diventati maggiorenni, che quell’educazione aveva permesso loro di sentirsi a proprio agio in tutti gli ambienti, regalando loro fiducia in se stessi e una buona autostima.

Saper stare a tavola, quindi, non è inutile: “serve” nella vita e ci rende migliori.