I piccoli gesti delle coppie felici.

La psicologia positiva (quella su cui si basa il Coaching) e, in particolare, Gottman hanno scoperto che le coppie felici fanno determinate cose, per altro molto semplici.

Vediamo quali:
1) la mattina, prima di accomiatarsi, si informano su almeno una cosa che farà il partner durante il giorno (bastano 2 minuti);

2) alla fine della giornata di lavoro, appena si ritrovano a casa, parlano per 20 minuti di argomenti non stressanti (utili a “decomprimere”);

3) si manifestano affetto, stringendosi, abbracciandosi, baciandosi (il tutto con molta tenerezza);

4) durante la settimana, hanno l’abitudine di riservarsi almeno due ore per stare soli in un’atmosfera rilassata;

5) almeno una volta al giorno, manifestano al partner ammirazione e apprezzamento.

Inutile dire che tutte queste azioni sottintendono un reciproco coinvolgimento emotivo e affettivo.

Col passare degli anni, quando il rapporto rischia di diventare un po’ scontato, può essere utile ricordarsi di alcuni semplici gesti che fanno sentire all’altro che proviamo ancora un grande interesse per lui.

Sentirsi amati, considerati e apprezzati non è importante solo all’inizio del rapporto, ma sempre.

Non lasciare che la vita passi: viaggia!

Magari ti è già capitato di immaginare di fare un viaggio per fuggire dalla vita che conduci e dai problemi che ti incatenano. Magari hai pensato di farlo per staccare la spina dalla tua quotidianità e darti il tempo di riflettere…

Allora, fallo davvero!

Quella vocina che ti suggerisce di partire è il bisogno di afferrare la vita e di non lasciarla scappare via.
E’ il desiderio di sentirti vivo!
E viaggiare ti regala un senso di libertà e una grande ricchezza.
Quello che vedi e che vivi durante un viaggio, prima ti lascia senza parole, ma poi ti trasforma in un grande narratore.

Perciò, parti!

Non importa quale sia la meta, se vicina o lontana.
Basta che ti permetta di vedere qualcosa di nuovo, che faccia cadere la tua routine.
Apri la porta a qualcosa di diverso: compra un biglietto dell’autobus o del treno o della nave o dell’aereo e inizia a nutrire la tua cultura, la tua curiosità e la tua voglia di conoscere.

Se non hai nulla da cui fuggire, perché la tua vita va bene… viaggia per festeggiare qualcosa di buono.
E se invece ti è successo qualcosa di doloroso, viaggia per dimenticare.
Non ti è successo niente? Allora viaggia per far accadere qualcosa

Viaggiare significa muoverti, allontanarti da casa, andare incontro al nuovo.
Viaggiare vuol dire metterti in movimento, dentro e fuori di te.

Viaggiare, purtroppo, è qualcosa che spesso rimandi, in attesa del periodo giusto, del meteo migliore, dell’occasione speciale, del denaro in abbondanza.
Ma non devi farti frenare da questi pensieri, perché altrimenti non viaggerai mai.

Perché vuoi muoverti? Che cosa ti spinge a farlo?
Sono le risposte a queste domande che ti daranno la direzione.

E un viaggio ti regala emozioni, sensazioni che non scorderai mai più.
Un viaggio ti metterà di fronte a nuove persone, nuovi colori e nuovi profumi. Mostrerà ai tuoi occhi le meraviglie del mondo (se avrai la possibilità di andare lontano) e ti permetterà di conoscere nuovi costumi.
In poche parole, ti aprirà la mente e ti sentirai trasformato alla fine del viaggio.

Muoverti ha un costo, è vero, ma ti arricchisce davvero.
E ti rendi conto, viaggiando, che le cose migliori della vita non sono materiali: non il cellulare di ultima generazione né gli occhiali griffati o il tablet da migliaia di euro.

Viaggiare dà libertà alla tua immaginazione e rianima le tue idee.
Il viaggio non lo misuri in chilometri o in miglia, ma in tutti gli incontri che fai e le storie che ascolti.
Puoi condividere il viaggio con amici e familiari, oppure puoi scegliere di viaggiare da solo per ascoltarti, metterti alla prova e crescere.

In qualsiasi modo tu decida di farlo, viaggiare è un modo per amare te stesso e prenderti cura di te, trasformando i tuoi sogni in realtà e trovando le risposte che cerchi.

Puoi scegliere di vivere anche senza viaggiare, senza andare incontro all’ignoto…
Ma così come una nave non è stata creata per restare immobile nel porto sicuro, tu non sei nato per restare fermo, ma per dissetare il tuo bisogno di conoscere e condividere.

Chi semina e coltiva amore… non muore mai!

Siamo così fragili noi esseri umani.
Nei periodi della Vita in cui le cose vanno bene ci sentiamo forti, invincibili, quasi immortali.

Spendiamo tutte le nostre energie per il lavoro.

Cavalchiamo le onde e non resta tempo per coltivare gli affetti.
Quelli ci sono oggi e ci saranno anche domani, pensiamo.

Poi, però, arriva il momento in cui la Vita ci afferra, ci stritola, ci sbatte di fronte a malattie incurabili, a morti premature.
E allora tutta quella sensazione di “immortalità e forza” svanisce e ci sentiamo fragili, vulnerabili, provvisori.

La Vita improvvisamente sembra fuori da ogni nostro controllo.

Ma è in quel momento che recuperiamo ciò che conta di più: l’Amore.
L’Amore che ha mille sfumature e che è racchiuso in un abbraccio silenzioso, in una carezza delicata, nell’ascolto attento dell’altro, nella condivisione di pensieri ed esperienze, nel dialogo aperto e sincero, in uno sguardo pieno di comprensione.

E’ l’Amore a renderci “immortali”, perché chi semina e coltiva Amore non muore mai.

Insegna ai tuoi figli a guardare avanti!

Chi è “cresciuto” da un po’, sa che viene spontaneo guardarsi indietro e ripensare a ciò che si è fatto.
Capita soprattutto a chi ha dei rimpianti o qualcosa in sospeso.
Magari il famoso “sogno nel cassetto” mai realizzato.

Ma la vita va avanti comunque.
Non si ferma a consolarci né a motivarci.
Dobbiamo farlo da soli, trovando tutta l’energia che serve.

Guardiamo avanti, allora!

Noi adulti possiamo essere davvero utili ai ragazzi, se non ci piangiamo addosso e se non ci rimproveriamo per le scelte sbagliate.
In fondo qualcosa dal passato avremo pur imparato, no?!
E il passato, ormai, è passato. Continuare a torturarci non lo cambierà di sicuro né ci porterà dei benefici.

Ma se abbiamo sbagliato e vorremmo che i nostri figli non commettessero i nostri stessi errori?

Allora usiamo la nostra esperienza passata per far capire ai ragazzi che ci sono mille modi per realizzare il proprio obiettivo e ciascuno deve trovare il suo.

Spieghiamo loro:
– cosa ha funzionato per noi
– cosa crediamo che sarebbe stato meglio evitare.

Facciamo in modo:
– che ascoltino la nostra storia (evitando quindi di narrarla in modo noioso e ripetitivo oppure eccessivamente divertente)
– che ci facciano domande (significa creare volutamente dei “tempi vuoti”… bastano 10 secondi)
– che nasca in loro il desiderio di capire.

Non dovrà essere “una lezione”, ma una “condivisione”.
Un momento intimo da ricordare e di cui fare tesoro per sempre.

Per aiutare un familiare che soffre ci vogliono disponibilità, amore e positività.

Non è facile guardare in faccia un familiare che soffre senza provare il desiderio di farlo stare meglio all’istante.
Che si tratti di una malattia o di uno stato psicologico, vorremmo vederlo stare bene, perciò ci attiviamo a partire dalle cose pratiche per poi passare al sostegno morale.
Ma cosa succede se quel familiare non ne vuole sapere di seguire le nostre indicazioni, i nostri consigli?
Se si chiude in se stesso e smette di sorridere…
Se quando ci vede si lamenta per il suo stato e ogni giorno va peggio?

Ci sentiamo in colpa, vero?
Come se non avessimo fatto abbastanza.
La nostra vita si mette in stand by e la qualità va sotto zero.
Ci svegliamo la mattina e ci corichiamo la sera con un unico pensiero: trovare una soluzione e presto.
Ma stiamo buttando via energie che dovremmo invece risparmiare.

Il problema è che stiamo pretendendo l’impossibile: avere tutto sotto controllo e far funzionare le cose per forza.
Non è così che funziona!

Dobbiamo accettare di non avere i superpoteri.

Il nostro familiare non starà meglio solo perché noi lo vogliamo.
Ha bisogno di tempo. Un tempo che è necessario.

E allora cosa fare nel frattempo?
Attivarci per offrirgli le soluzioni possibili, senza la pretesa che funzionino o che lui le accetti.
Riprendere la nostra vita con la consapevolezza di “esserci” e di essere disponibili.
Sentire l’Amore dentro di noi e renderci conto che è davvero “grande”.
Smetterla di farci travolgere dai cupi pensieri e vivere… pensando che siamo più utili se restiamo positivi.

Non è facile, ma almeno… è possibile.

Vuoi vivere meglio? Smetti di “generalizzare” gli eventi negativi!

Tutte le esperienze che facciamo, tutti gli eventi che viviamo lasciano un segno dentro di noi.
Può essere profondo o meno e molto dipende da noi.
Le persone superficiali “trattengono” poco dentro di sé e quindi sembrano vivere meglio degli altri: non si trascinano pesi e non si caricano di responsabilità.

Ma chi non è così?
Chi è attento persino ai “dettagli” della sua vita?

Ci sono persone che, quando vivono un evento negativo, si soffermano talmente tanto su di esso da rivederlo a lungo nella loro mente. Così tanto a lungo da creare una sorta di segno indelebile.
Un incidente d’auto, la grave malattia di un amico, la fine di un amore, una bocciatura a scuola, una mancata promozione sul lavoro sono tutti “segni” che possono cambiare il modo in cui guardiamo le cose.

Il rischio è perdere la lucidità necessaria a circoscrivere quegli eventi.
E quando ciò accade, la tendenza è quella di “generalizzare” in negativo.
E allora, ad esempio, basta aver provocato un incidente d’auto per convincersi di non essere dei bravi guidatori, oppure aver finito l’anno scolastico con un debito per persuadersi di essere “limitati”, oppure veder finire una storia d’amore per credere di restare da soli…

E’ facile quindi generalizzare così tanto da estendere questa “negatività” anche al futuro.
E’ un po’ come sviluppare una sorta di pessimismo e sfiducia.
Le conseguenze sono ovvie: se per una volta che qualcosa va male, mi convinco che sarà sempre così o semplicemente che io sono così (cioè non sono bravo, non sono competente, non sono amabile…), allora mi limiterò da solo ed eviterò di mettermi alla prova o di cogliere nuove sfide; imparerò a giocare in difesa, senza arrivare mai a conoscere i miei veri limiti, visto che me li porrò da solo.

Ecco, se vi siete riconosciuti in questo atteggiamento mentale, non arrendetevi. La soluzione c’è!

– Prendetevi mezz’ora di tempo e fate in modo che nessuno vi disturbi né vi interrompa.
– Ora provate a rispondere a questa semplice domanda: “Quante volte vi è accaduta quella cosa negativa che vi blocca?”.
Sforzatevi di contare: una? Due volte? Quante esattamente?
– Ora fate un altro calcolo, rispondendo a quest’ultima domanda: “Quante volte avete fatto quella cosa nell’arco della vostra vita?”.

Bene!, adesso mettete in relazione le due risposte che avete dato e vi renderete conto che la vostra è una generalizzazione.

E se la vostra naturale tendenza è quella di generalizzare, per stare meglio dovete imparare a guardare ciò che vi succede con calma e lucidità, trovando le cause temporanee e specifiche che hanno prodotto quell’evento negativo.

Vedrete che, ragionando in questo modo, aprirete un varco che vi permetterà di guardare alla vostra realtà in modo più giusto e vero.
Così… sarete pronti a ripartire!

Ragazzi, ce l’avete un Sogno?

Quando chiedo ai ragazzi: “Qual è il tuo sogno?”, di solito mi rispondono: “Cioè?”, “In che senso?” oppure “Boh!”, “Non lo so”.

In effetti oggi sentono spesso parlare di “sogno”, ma non ne conoscono il significato, perciò glielo spiego così: “Innanzitutto il sogno non ha nulla a che fare con il dormire o il perdersi con la mente a fantasticare storie irrealistiche”.

E’ infatti qualcosa di molto concreto, un obiettivo molto importante che ci proponiamo di raggiungere facendo leva sulle nostre forze e capacità. Quindi è qualcosa di impegnativo, che richiederà tutta la nostra attenzione.

Un vero “sogno”, infatti, ci fa pensare alla conquista, ci fa sentire passione e non può essere “misurato” con l’importanza che gli attribuiscono gli altri, perché dev’essere “importante per noi”, per noi e basta.
Facciamo un esempio: per me un “sogno” è ottenere 8 in italiano. Per un altro, invece, è raggiungere il 10″.

A questo punto chiedo loro: “Qual è il tuo sogno”?
E se vedo che loro tentennano, perché non sono sicuri che si tratti di un vero “sogno”, fornisco loro questi INDIZI:

1) è qualcosa che vuoi conquistare e a cui pensi spesso;
2) è ciò che vuoi ottenere e che ti fa svegliare alla mattina con la voglia di “vivere” la giornata;
3) è un obiettivo per il quale le ore spese ogni giorno per esercitarti non sono un peso, ma un passo in più verso la conquista;
4) è qualcosa per cui sei disposto a “sacrificare” qualcos’altro (come chi fa agonismo e rinuncia ad uscire con gli amici per allenarsi);
5) è qualcosa che “ti fa battere il cuore” al pensiero di quando lo raggiungerai. E poi, quando immagini di averlo raggiunto, ti senti felice.

Non tralascio mai di aggiungere però che un “sogno” è anche sofferenza, rabbia, delusione, quando vedi che fatichi a raggiungerlo.

Ma il messaggio positivo è che è in quei momenti di abbattimento che tutti noi scopriamo CHI SIAMO e ci rendiamo conto della nostra forza e determinazione.

E… soprattutto capiamo se quello è davvero il nostro sogno o quello di qualcun altro (magari di un adulto che non è riuscito a raggiungerlo).

Recupera la… pazienza!

Che danni senza la pazienza!
Stress, ritmi serrati e pessima qualità del sonno ci fanno perdere una delle cose più preziose: la pazienza.
Le conseguenze sono ben note: stiamo male con noi stessi, tutto diventa un peso e rischiamo di compromettere i rapporti con gli altri.
E se i “freni” ci sono ancora con gli estranei, con i familiari scattiamo subito.
E allora ecco le liti, gli scontri e l’insofferenza di fronte a comportamenti e difetti con i quali conviviamo da sempre.
Ma se dopo lo “sfogo” ci sentiamo meno carichi e ci pentiamo, le frasi buttate fuori con rabbia e senza pensarci restano e feriscono l’altro che prenderà le distanze da noi, almeno per un po’.
Inutile poi chiedere scusa, se sappiamo già che presto scatteremo di nuovo.

Meglio spendere un po’ di tempo per capire qual è il nostro limite.

Domandarci “Quand’è che poi perdo la pazienza?” (magari quando sono troppo stanco).
E se riusciamo ad essere consapevoli delle cause, allora possiamo regolarci di conseguenza.

Conosco un manager che, quando capisce di essere troppo teso, lungo la strada del rientro a casa si ferma presso un parco e cammina per mezz’ora. Si scarica della tensione eccessiva e arriva a casa con più pazienza verso i figli piccoli e molto vivaci.

Possiamo anche noi trovare un modo per “scaricarci” e guadagnare un po’ di pazienza da regalare alla nostra famiglia.
Ne godranno i nostri familiari, ma anche noi, perché dopo lo stress quotidiano potremo chiuderci nel nostro “nido”, certi di prendere le distanze dal lavoro e quindi di ricaricarci per l’indomani.

Papà, quanto conta per te la scuola?

Oggi parliamo di presenza dei papà nella scuola, in particolare nella ex scuola media.
Presenza o assenza?
La risposta, ahimè, è quasi scontata: nella scuola se ne vedono ben pochi di papà.
Viene spontaneo domandarsi come mai, dato che anche la maggior parte delle madri lavora a tempo pieno.
Eppure alle riunioni della scuola secondaria di I grado (ex scuola media) le presenze maschili sono di 1 o 3 papà su 21 o 25 alunni.
Se poi vogliamo contare chi accetta l’incarico di rappresentante di classe, le percentuali precipitano.
“Oh, no. Grazie! Non ho tempo!”, “Figuriamoci! Non ho tempo neanche per stare dietro alle mie cose!” sono le risposte che forniscono i rari papà durante la prima assemblea di classe.
Verrebbe da ribattere: “Già, perché invece le mamme hanno un sacco di tempo! Soprattutto da dedicare a sé!”.

Per evitare polemiche, analizziamo la realtà: la maggior parte delle mamme bada ai figli (igiene, sport, medici, scuola, compiti) come fosse senza partner.
Generalizziamo ovviamente, ma le statistiche parlano da sole.
Alla ex scuola media, dove i preadolescenti avrebbero tanto bisogno di essere seguiti dalla figura paterna, sono sempre le mamme ad occuparsene (spesso insieme alla spesa, alle faccende domestiche, ecc.).

Non stiamo facendo il processo ai papà, anzi!
Vorrei che diventassero consapevoli del loro ruolo, che è fondamentale.
In questa fascia d’età, infatti, le mamme devono cominciare a cedere un po’ del loro potere e permettere ai papà di subentrare al posto loro in determinate situazioni.
La scuola è una di queste.

Ormai è chiaro che il successo scolastico di un figlio passa attraverso la sua motivazione allo studio, più che al ceto sociale a cui appartiene o al titolo di studio dei genitori.
E l’unico modo che i genitori hanno per spronare un figlio a studiare è trasmettergli ciò che pensano della scuola e del suo valore.
Se i genitori dimostrano quanto ci tengono alla scuola e allo studio, i figli daranno importanza all’istruzione e saranno più propensi a proseguire gli studi.
Se i genitori si disinteressano alla scuola, il messaggio che arriverà al figlio sarà che “la scuola non è importante”.
Che la mamma si occupi della scuola è scontato per i figli, ma che lo faccia il papà, no.

Forse non lo sapete, ma i ragazzi sono estremamente fieri di avere un genitore rappresentante di classe e, considerato che alla ex scuola media il numero dei genitori rappresentanti varia da 2 a 4 e le riunioni annuali con i rappresentanti sono generalmente 2/3 … direi che l’impegno non è poi così gravoso. Se poi pensate che i rappresentanti non sono nemmeno tenuti a stendere ufficialmente un verbale da condividere con il resto della classe, non vi è neppure il carico di scrivere, fotocopiare, diffondere.

Perché è così importante avere papà rappresentanti di classe?

I motivi sono diversi e in parte legati alle caratteristiche maschili.
Se da un lato va sottolineata l’importanza di mostrare al proprio figlio quanto si tiene a lui e alla scuola, oltre a dargli l’esempio di un impegno che è utile alla comunità, dall’altro lato i papà sono positivi perché riescono – con il loro intervento – ad abbassare la soglia di ansia spesso tipica delle mamme. Sono anche più diplomatici su certe questioni e capaci di restare lucidi di fronte a problemi che invece infiammano le madri. In generale hanno anche la capacità di sdrammatizzare e spesso portano proposte concrete per risolvere situazioni in stallo.
Raramente sono “pettegoli” e odiano perdere tempo sulle chat della classe.

Perciò, cari papà, non delegate le mamme!
Accettate la sfida e candidatevi senza farvi pregare.
Se poi non vi piacerà, potrete ritirare la vostra candidatura l’anno seguente. Ma almeno ci avrete provato!

La scuola ha bisogno di entrambe le figure: mamme e papà. E i vostri figli, pure.

Quando i figli rifiutano il dialogo, cosa fare?

Prima erano dei bimbi adorabili, vi raccontavano e vi domandavano di tutto e per voi erano facilmente gestibili. Poi la trasformazione: tra gli 11 e i 17 anni cambia tutto e voi non li riconoscete più. Sbattono le porte, rispondono con un’alzata di spalle e a tavola stanno in silenzio. Poi si attaccano al telefono e parlano con tutti tranne che con voi.

MA CON CHI CE L’HANNO?

Siete voi genitori quelli da cui devono distaccarsi per “crescere” e diventare autonomi.
Perciò cercheranno di farvi sentire in colpa per il tempo che non potete dedicare loro e perché lavorate troppo.
Cercate di non perdere autorevolezza e non lasciate che i vostri figli diventino dei tiranni.

PERCHE’ PARLANO SOLO CON GLI ALTRI?

In casa stanno in silenzio e spesso si chiudono nella loro stanza: evitano di rispondere alle vostre domande, non vogliono parlare di sé. Con gli altri, invece, sono chiacchieroni, allegri e vivaci.
Ovvio che voi li sentiate sempre più distanti da voi, ma non significa che loro non vi amino.
Sentono il bisogno di crescere e per questo spostano la loro attenzione verso il “mondo esterno”, perché non vogliono essere risucchiati da voi e dal mondo che ormai sta loro stretto.

COSA FARE?
Sicuramente rispettare i loro silenzi e non forzarli a parlare.
Piuttosto siate voi genitori a parlare con loro, raccontando la vostra giornata o coinvolgendoli nelle decisioni che riguardano tutta la famiglia.

PARLA CON ME SOLO QUANDO VUOLE QUALCOSA.

Provate a domandarvi: “Ma io come comunico con lui?”.
Vi renderete conto che le vostre domande sono generalmente legate a fatti: “Hai fatto i compiti?”, “Hai messo in ordine la tua stanza?”, “Con chi esci?”.
Manca la “comunicazione interiore”, cioè quella delicata, sensibile.
“Ho notato che sei un po’ triste: va tutto bene con la tua ragazza?”, “Senti, ma quali sono le materie che ti piacciono di più a scuola?”.
In questo caso le domande non danno l’idea dell’interrogatorio e i figli capiscono che “ci siete” e sarete lì sempre per loro, anche se in quel momento non sono pronti a darvi una risposta.
Perciò, non state ad origliare le loro telefonate o a curiosare sul loro diario segreto…

Semmai, fate i conti con le vostre paure. Di che cosa avete davvero paura?

Siate sinceri con vostro figlio e ditegli la verità in modo semplice: “Ho paura quando esci, se non so con chi sei e che cosa farai”.
Se poi non ricevete risposta e vi ritrovate faccia a faccia col muso lungo di vostro figlio, be’, non iniziate una guerra verbale con lui. Tanto è inutile.
Senza rendersene conto, scarica su di voi la sua rabbia, che è l’unico modo per staccarsi da voi.

COME INTERVENIRE?

Siate distaccati, non fatevi coinvolgere.
Non perdete autorevolezza, ma evitate lo scontro.
Spiegategli che, se è arrabbiato per qualcosa che non c’entra con voi, vi dispiace, ma le delusioni e i dispiaceri sono una cosa normale nella vita. Si superano. Per questo è ingiusto che se la prenda con voi.

E SE SI CHIUDE IN CAMERA SUA?

I figli ne hanno bisogno: quando sono tristi, arrabbiati o hanno voglia di tranquillità.
Cercano uno spazio privato in cui sentirsi liberi.
Stanno sul letto e fissano il soffitto: in questo modo ritrovano se stessi, pensano, imparano a stare senza il gruppo, fanno pace con se stessi e tornano in forze per affrontare la Vita.

UNA BUONA OPPORTUNITA’: UN MENTORE.

Se proprio non riuscite a dialogare con vostro figlio, ma vi accorgete che lui ha stabilito un buon rapporto con uno zio o con un Teen Coach o con un insegnante di cui si fida, fatevi da parte e lasciate spazio a questo mediatore del quale avete fiducia.
Può essere una soluzione vincente, perché l’importante è che vostro figlio si confronti e parli con un adulto che sia capace di guidarlo.